Ott 31 2008

Libro e moschetto, futuro protetto.

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Il ministro Rognoni (questa è sottile, zootecnica direi, ci perdoni Virginio) ha gentilmente comunicato che “Chi occupa verrà denunciato”. Non abbiamo capito se si riferiva agli imprenditori che creano occupazione o agli studenti che cercano un riparo per la cultura, l’unico virus che non influenza più nessuna persona normodotata, ma solo i folli e i visionari. Il paio di baffi sul nulla (perdonate la citazione) ci rassicura: essere denunciati da un politico condannato definitivamente per aver morso il polpaccio di un poliziotto (che ora deve obbedirgli!!!) è sintomo di garanzia: come conosce le denuncie lui, le conoscono in pochi. Un tipo in gamba, si potrebbe dire a fil di battuta. Anzi, ci vien da pensare che è Ministro delle Interiora  perché conosce gli italiani dall’interno. Di che pasta sono fatti. Al dente!!! A questo punto chiederemmo agli studenti di mordergli metaforicamente il cognome, soprattutto per rendersi conto se è una copertura o se è veramente ciò che c’è scritto sulla sua carta d’identità. E si preparino ai tornei di calcio dal balilla, al fez griffato, alla camicetta nera di seta e all’olio di ricino, che però verrà usato solo per lubrificare il manganello. Guardatevi le spalle…


Ott 29 2008

Tutti a skuola.

Tag:Tag , , , admin @ 13:23

 

 

Ci risiamo! L’immunodeficiente inquisito ha ordinato al parlamento di tramutare in legge il decreto della sua ministra nordica. Forse la speranza malcelata è di cominciare a riformare la scuola col maestro unico per farlo arrivare almeno alle superiori e riuscire a far promuovere il figlio del mezzo ministro Bossi. Magari fino a quel momento avrà imparato a distinguere il mondo emerso dalla Padania! Migliaia di studenti, in gioiose file disordinate, protestano e fanno lezione all’aperto, nelle piazze, nei parchi. Dimostrano di aver colto pienamente la ratio della legge sciagurata: avendo previsto la chiusura totale delle scuole pubbliche in favore di bordelli di classe (come dire, una questione di pari opportunità!), ai poveri studenti italici non resterà che studiare per strada, al freddo e al gelo, ma senza re magi. Al massimo con qualche asinello che scalderà la poltrona. A Montecitorio! In questo esiliante presepio di mediocrità, vien da pensare a Gandhi, che riuscì ad ottenere l’indipendenza dell’India con la forza del digiuno e della nonviolenza. Mi chiedo: per l’anniversario del celebrato 68, i nipotini stanchi sarebbero in grado di far affiorare la propria fantasiosa creatività? Uno sciopero del cellulare (non quello della Polizia) sarebbe troppo costoso a livello cerebrale? Avrebbero essi il coraggio incosciente di sfilare svestiti per dimostrare un attaccamento coriaceo alla lotta per difendere i propri diritti contro l’estinzione? Insegnanti stanchi di fare da parcheggiatori di unità prelavorative e che aspettano con ansia malcelata il suono della campanella. Pasionari/e di una scuola che sia docente di vita che si preparano all’attacco di Pearl Harbour sperando che mai nessuno li avverta della fine di una guerra combattuta solo da loro. Sperando che la vita vera non sia quella che ci fanno ipotizzare nei mass media.


Lug 25 2008

maledetti professori

Tag:Tag , , , admin @ 10:24

 

IL “PROFESSORE”, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all’università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un’immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a “modello” dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E’ almeno da vent’anni che tira un’aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell’era del “mito imprenditore” . Dell’uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l’artigiano e il commerciante. L’immobiliarista. E’ “l’Italia che produce”. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.Competenze apprese “fuori” da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la suola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all’invettiva contro i “professori meridionali” lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato “suo figlio” agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano.
I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).
Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l’insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per “progetto” - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all’università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all’insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D’altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene  di  aver  qualcosa  da  imparare.  Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo.  Più  delle  conoscenze: i muscoli. Più dell’informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare “opinionista” anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una “pupa ignorante”, un tronista o un “amico” palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza “studenti”. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

 

                                                                                 ilvo diamanti

 


Lug 04 2008

utopia?

Tag:Tag , , admin @ 6:16

Riformare la scuola significa innanzi tutto cambiare il modo di insegnare la cultura che viene  proposta. Il primo e più drammatico problema della scuola italiana è che uccide di noia gli studenti, spegne la loro fantasia, annega il loro naturale desiderio di conoscenza.

Nel dopoguerra Malaguzzi, pedagogo comunista, propose un nuovo metodo didattico per gli asili nido.  Sbeffeggiato dai vertici del PCI riuscì comunque a realizzare un’esperienza straordinaria nell’asilo Diana di Reggio Emilia. Egli buttò all’aria i concetti di base della didattica.

Nel suo asilo non si “insegnava” ma si aiutava a imparare. Dalle conversazioni con i bambini emergeva un interesse intorno a un particolare argomento. Allora gli educatori si mettevano a disposizione dei piccoli incoraggiando con giochi ed esperimenti una ricerca su quel tema.

La grande innovazione stava sul fatto che si lasciasse che fossero i bambini a porsi le domande e  darsi le risposte. L’importante non era che i bambini, alla fine, trovassero le risposte giuste ma  che inventassero un percorso che li portava a trovare risposte. I piccoli progettano e realizzano  esperimenti concreti, spesso esilaranti, per trovare le loro soluzioni. Insegnare a farsi domande invece di insegnare a imparare a memoria le risposte.

La scuola sarebbe molto più utile e appassionante se si occupasse di aiutare i ragazzi a rispondere  alle domande che la vita pone loro via via che crescono.  La scuola dovrebbe essere un laboratorio  di sollecitazioni. Gli studenti sarebbero entusiasti di imparare se a scuola avessero modo di occuparsi di un orto, di allevare piccoli animali, di condurre iniziative reali, pratiche, che li  portassero a misurarsi col mondo. Il primo dovere della scuola non è quello di annoiare e giudicare ma di aiutare a capire che la possibilità di realizzare qualche cosa nella vita dipende dalla conoscenza. I ragazzi escono oggi dalla scuola senza sapere nulla di come si compili un vaglia, di come funziona un conto bancario, di come fare una domanda a un ente pubblico. La scuola non ha parlato loro delle esperienze fondamentali che li attendono, il mondo del lavoro, il sesso, la paternità e la maternità, le malattie.

La nostra lotta deve tenere ben presente la necessità di crescere le future generazioni in modo diverso, dando loro la possibilità di espandere tutte le loro potenzialità.

I temi relativi all’allevamento della prole non hanno mai interessato veramente la sinistra. Invece  la  questione  del  parto  dolce,  del  rispetto  dei diritti dei neonati, del modo nel quale i genitori  li  trattano e  l’educazione scolastica sono elementi importanti se vogliamo far crescere esseri umani più  completi  e  più capaci di vivere positivamente e di opporsi alle brutture del mondo.

 

                                                                                          Jacopo Fo