Nov 11 2008

Italia: lo Stato ospite. Di Mafia S.p.a.

Tag:Tag , , admin @ 7:01

 

 

Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona unita, unite sotto la provocatoria sigla Mafia Spa, hanno fatturato quest’anno circa 130 miliardi di euro, con un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti. Il dato emerge dal rapporto «Sos impresa» di Confesercenti, titolato «Le mani della criminalità sulle imprese». Al primo posto degli introiti della Mafia Spa ci sono i traffici illeciti, che fanno segnare un attivo di 62,80 miliardi di euro. La principale fonte di guadagni resta il traffico di droga, con 59 miliardi di euro, mentre armi e altri traffici costituisco 5,80 miliardi dell’attivo, il contrabbando 1,20 miliardi e la tratta degli esseri umani 0,30. Ancora: 21,60 miliardi di euro arrivano dalle “tasse mafiose”, ovvero racket (9 miliardi) e usura (12,60 miliardi); da furti rapine e truffe un miliardo.

APPALTI E SCOMMESSE - L’attività imprenditoriale porta in bilancio 24,70 miliardi di euro di attivo: appalti e forniture pesano per 6,50 miliardi, agromafia 7,50 miliardi, giochi e scommesse 2,40 miliardi, contraffazione 6,30 miliardi, abusivismo 2,2 miliardi. Un mercato emergente che inizia a dare un importante giro di affari è quello delle ecomafie che pesa per 16 miliardi di euro, marginale invece il giro della prostituzione che frutta solo 0,60 miliardi mentre da proventi finanziari ne arrivano 0,75. Dal totale di 130 miliardi di fatturato ne vanno sottratti 60 di passività: 1,76 per stipendi di capi, affiliati, detenuti e latitanti, 0,45 miliardi per la logistica; per la corruzione la criminalità organizzata spende 3,8 miliardi, altri 0,70 servono per le spese legali; negli investimenti vanno 30 miliardi, nel riciclaggio 22,50 e 7,50 in accantonamenti. Il solo ramo commerciale, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, cifra intorno al 6% del Pil nazionale.

ATTIVITÀ FRUTTUOSE - Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160mila euro al minuto. Il settore più in crescita, che pesa sulle imprese per 32 miliardi di euro, è quello dell’usura: aumentano gli imprenditori colpiti, sale la media del capitale prestato e degli interessi restituiti nonché dei tassi di interesse applicati, facendo lievitare il numero dei commercianti colpiti a oltre 180mila, con un giro d’affari intorno ai 15 miliardi di euro. Stabile il giro del racket delle estorsioni, dove rimane sostanzialmente invariato il numero dei commercianti taglieggiati, 160mila, con una lieve contrazione dovuta al calo degli esercizi commerciali e all’aumento di quelli di proprietà di malavitosi. Cala il contrabbando, in parte sostituito da altri traffici, mentre cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino e delle scommesse.

I NUMERI DEL PIZZO - Un capitolo del rapporto è dedicato al pizzo a Palermo e Napoli. Con degli esempi: un euro per tenere un banco al mercato a Palermo, tra i 5 e i 10 a Napoli; un massimo di 500 euro per un negozio, ma se è elegante o nel centro il prezzo sale a mille. Se si possiede un redditizio supermercato servono almeno 3mila euro, che possono arrivare anche a 5mila; per un cantiere la somma da sborsare a Palermo è di 10mila euro. I soldi versati hanno superato abbondantemente i 6 miliardi di euro: numeri che rapportati alla crisi economica diventano sempre più insopportabili per le imprese, molte delle quali preferiscono chiudere o cambiare città piuttosto che denunciare il malaffare. I commercianti taglieggiati sono circa 150mila, comunque meno di quelli che finiscono vittima degli usurai (180mila). In questo campo, gli interessi praticati dalla criminalità superano il 10% mensile. Nel complesso il tributo pagato dai commercianti supera i 15 miliardi di euro. Un terzo degli imprenditori coinvolti si concentra in Campania, Lazio e Sicilia, ma preoccupa anche il dato della Calabria, il più alto nel rapporto attivi/coinvolti. A Napoli nel 2007 si sono registrati più fallimenti (7,2%, il 15% del totale nazionale).

TRUFFE ALIMENTARI - Un altro settore molto inquietante (e in crescita) è quello delle truffe alimentari: falsificazione di date di scadenza sulle etichette di prodotti, macellazione clandestina e riconfezionamento abusivo di alimenti andati a male minacciano la salute degli italiani. Il rapporto «Sos impresa» indica che nel 2008 i sequestri effettuati dai carabinieri dei Nas relativi ai generi alimentari sono aumentati del 93% rispetto al 2007. Il valore dei sequestri tra il 2005-2007 è stato di 7,8 milioni di euro, mentre nei soli primi otto mesi del 2008 si è raggiunta la cifra di 15,1 milioni. Infine, anche le ricariche telefoniche sono diventate un business per la malavita. «Dopo la scoperta di una truffa di 50 milioni di euro nei confronti di Tim, le indagini hanno portato alla luce una vasta organizzazione criminale che vede coinvolti gruppi pachistani, clan camorristici e un folto numero di imprese che gestiscono servizi telefonici a pagamento» si legge nel documento.

 

                                                                                                 corriere.it


Nov 06 2008

L’Italia se la tira

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Piove cocaina sugli italiani: tira e tirano sempre di più, specialmente i giovani. Adolescenti o trentenni, poco importa. Siamo al massimo storico dei consumi

. Ma l’ultima frontiera della droga è Internet, con oltre duecento prodotti venduti da una miriade di boutique on-line. Si trova di tutto, dalla vecchia cannabis alle droghe più di tendenza, spesso definite “naturali”. E attenzione all’eroina, che torna di moda e porta con sé nuove potenziali epidemie di Aids. E’ il quadro che emerge dal nuovissimo studio dell’Osservatorio europeo sulle droghe pubblicato a Bruxelles.In Europa la droga più diffusa restano le canne: 71 milioni di adulti hanno fumato uno spinello nella loro vita, il che corrisponde al 22% della popolazione. Ad avere fumato nell’ultimo mese, invece, sono in 12 milioni, una percentuale pari al 3,5% della popolazione che in Italia sale al 5,8%. Tra i 15 e i 34 anni il consumo di cannabis è ancora più alto: i giovani europei che ne hanno fatto uso sono il 31%, con 3,5 milioni di giovanissimi tra i 15 e i 16 anni che hanno già provato (22,1% del totale).

 

E sono in aumento anche i “fumatori intensivi” di spinelli

, specialmente in Francia, Italia e Spagna.Nel Belpaese, comunque, tra gli under 34 la media di chi ha consumato cannabis nell’ultimo anno, per quanto al di sopra della media europea (13%), è in discesa, con il 16,5% registrato negli ultimi mesi. Quasi quattro punti percentuali in meno del biennio 2002-2003.

Italia, cocaina record. La coca è ormai la seconda droga più diffusa in Europa dopo la cannabis. Una tendenza contraria a quella del resto del mondo, dove le anfetamine sono più diffuse.  Merito, o  meglio  colpa,  di  Spagna,  Regno Unito, Italia, Danimarca e Irlanda. Paesi dove la cocaina è largamente diffusa. E proprio in Italia il consumo è  in  costante  aumento  dal  2004 e quest’anno ha toccato il massimo storico.

 

Oggi nella Penisola il 5,5% dei giovani (15-34 anni) ha tirato, percentuale cinque volte superiore a quella  del  1992  e  un  terzo  rispetto  al 2004. E il consumo è concentrato tra i  giovani:  in  Europa  nell’ultimo   anno  hanno  sniffato  quattro milioni di persone: sette su otto sono ragazzi. Si tratta del 2,3% della popolazione giovanile, che in Italia  sale  al 3,2%. Tra i giovanissimi, ovvero tra i 15 e i 24 anni, in media negli ultimi 12 mesi si sono fatti di coca il 2,6%, mentre in Italia siamo al 3,3%. Un fenomeno che ci accomuna a molti paesi del sud Europa, mentre al nord e all’est sono più diffuse ecstasy e anfetamine.


Costi sociali.
In Italia la droga costa allo Stato 6,4 miliardi di euro l’anno. Il 43% viene  impiegato  in  repressione,  il 27%  in  servizi sociali e il resto in perdita di prodtuttività da parte dei tossicomani. Quasi  4 miliardi sono spesi ogni anni per comprare droghe. Sulla base di questi dati si può dire che la droga in Italia costa lo 0,7%  del  Prodotto interno lordo.  In  Europa,  poi,  nel  biennio  2005-2006  i decessi per droga hanno rappresentato il 3,5% di tutte le morti tra i giovani (15- 39 anni). Tra questi il 70% è stato causato da oppiacei.

                                                                                                   repubblica.it


Nov 04 2008

In ricerca di un futuro

Tag:Tag , , admin @ 12:48

 


La più diffusa e più prestigiosa rivista scientifica al mondo, l’inglese Nature, rileva che il governo Berlusconi, ha delineato la sua politica per la ricerca scientifica in Italia. Con decisioni importanti sia di natura congiunturale, sia di prospettiva strategica.La decisione di cui si parla di più in questi giorni riguarda il blocco della procedura di stabilizzazione dei precari negli Enti pubblici di ricerca (Epr) voluto dal ministro Brunetta. Il blocco impedirà ad almeno 2.637 su 4523 “stabilizzandi” – ovvero ricercatori con contratto a tempo determinato ma con titoli già maturati per l’assunzione definitiva – non solo di avere contratto a tempo indeterminato, ma di poter continuare a lavorare nel mondo della ricerca pubblica. Chi non sarà “stabilizzato” sarà, di fatto, cacciato via. Così, in un colpo solo, gli Enti pubblici di ricerca perdono la componente più giovane (e spesso più attiva) del proprio personale e il paese rinuncia a quasi il 4% delle sue risorse umane nella ricerca, mentre il tutto il mondo l’universo dei ricercatori tende a crescere. In realtà il danno sarà ancora più grande. Perché il blocco voluto da Brunetta toglie la speranza di un lavoro stabile da decine di migliaia di altri precari (circa 50.000), creando le premesse per una fuga di massa dei giovani dalla ricerca scientifica in Italia. Paradossale. Perché la nostra comunità scientifica soffre di due mali strutturali: è piccola (in termini assoluti e in termini relativi) rispetto a quelle degli altri paesi europei ed è vecchia: l’età media dei ricercatori italiani è infatti molto elevata, tanto che tra pochi anni avremo un autentico “picco” di pensionamenti. Espellendo tanti giovani, l’intervento di Brunetta ottiene il duplice e ben poco desiderabile effetto di far dimagrire ulteriormente la nostra già magra comunità scientifica e di impedire il ricambio generazionale. In poche parole: intorno al 2015 avremo un numero elevatissimo di ricercatori che andranno in pensione e non avremo chi è in grado di prenderne il posto.

Un secondo grappolo di decisioni prese dal governo Berlusconi riguarda il taglio dei fondi alle università, il blocco quasi totale del turn-over e le garanzie a tutela del sistema finanziario. Nei prossimi 5 anni gli atenei italiani dovranno rinunciare complessivamente a ben 4 miliardi di euro. E potranno sostituire solo un ricercatore su cinque tra quelli che andranno in pensione. Il che significa che ci saranno meno risorse a disposizione, materiali e umane, sia per la didattica che per la ricerca. Con il rischio di ulteriori tagli, visto che il governo ha posto i fondi per l’università e la ricerca tra quelli utilizzabili per coprire le eventuali perdite del sistema bancario.

Insomma, finora il messaggio del nuovo governo è chiaro: la ricerca pubblica italiana va ridimensionata nei fondi, nelle risorse umane e nell’autonomia dalla politica.

                                                                    Pietro Greco

 

 

 


Ott 31 2008

Il futuro? Un punto di vista!

Tag:Tag , , admin @ 17:55

 

 

 

L’Unione Europea NON ci sta chiedendo di spendere soldi per dotare le nostre imprese di costosi meccanismi che riducano le emissioni nocive che faranno aumentare il costo dei nostri prodotti rendendoci meno competitivi.

In questo momento il Sistema Italia sta buttando soldi dalla finestra perché spreca una quantita’ enorme di energia e petrolio che costano sempre di piu’.

Per rispettare gli accordi presi con l’Unione Europea dovremmo prendere delle iniziative che, al di la’ delle necessita’ ambientali, sono indispensabili per tenere in vita proprio le imprese, piccole e grandi e per ridurre lo spreco delle famiglie e dello Stato.

L’Unione Europea, in pratica, ci chiede di sostituire le lampadine antiquate che utilizziamo per l’illuminazione pubblica e privata con led (88% di energia risparmiata) e con lampadine ad alta resa e lunga durata (80% di energia risparmiata, 150 euro per ogni lampadina da 15 mila ore installata). Ci chiedono di utilizzare termostati che spengano i riscaldamenti quando si raggiunge la temperatura desiderata (taglio del 2% della bolletta energetica dello Stato), caldaie ad alto rendimento (diminuzione del 30% dei consumi), generatori elettrici che fungono anche da produttori  di calore e freddo (sistemi di trigenerazione, 50% di taglio dei costi), impianti di teleriscaldamento (60% dei costi), produzione di gas da immondizia biologica, cacca e scarti vegetali umidi, sfalci lungo le strade e le ferrovie (tutta energia guadagnata che oggi buttiamo al 100%). Ci chiedono, questi pazzi, di riutilizzare il calore emesso da migliaia di ciminiere (fonderie, impianti chimici) che gettano al vento milioni di euro di prezioso calore.

Isolare  i  muri  e  i  tetti  delle  case,  montare  tripli  vetri,  mettere  pannelli isolanti dietro i caloriferi,  sfruttare  la  geotermia  (la  temperatura  del  sottosuolo  che  e’ stabile a 15 gradi, estate  e  inverno),  scaldare  l’acqua  con  i  pannelli solari termici, produrre elettricita’ dalle fonti rinnovabili, produrre auto che consumino meno carburante, adottare elettrodomestici  e macchine  utensili di classe A.  Ci  chiedono  di  sviluppare il sistema dei mezzi pubblici e il trasposto su rotaia e su acqua che hanno costi energetici molto piu’ bassi del sistema su ruote individuale.

Sono  tutte  cose  che  ci  fanno  smettere  di buttare soldi dalla finestra. Non si tratta di tirar fuori denaro ma di smettere di buttarlo via.


Ott 31 2008

In Italia gli immigrati possono votare!

Tag:Tag , admin @ 16:39

 

 

Lo scoop e’ di un giornalista inglese che scrive per Internazionale.

Qualche tempo fa Veltroni aveva inviato una lettera al Parlamento in cui chiedeva il diritto di voto per gli immigrati in Italia. Scoppio’ l’immancabile polemica: Fini si disse favorevole, quelli della Lega contrari, Gasparri dichiaro’ che non era nel programma di governo e che comunque sarebbe  stata una scelta sbagliata.

Ma in Italia gli immigrati regolari senza cittadinanza possono gia’ votare nelle elezioni amministrative ed europee, basta fare una domanda per essere inseriti nelle liste elettorali.

Lo stesso John Foot spiega: “Prendiamo me, per esempio. Io sono inglese, risiedo in Italia da piu’  di dieci anni, non sono cittadino italiano, ma ho votato alle comunali di Milano, nel 2006, e alle  europee del 2004″.

Il diritto di voto e’ in vigore dal  1996  per  i  cittadini  dei seguenti paesi: Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria.

I nostri politici, invece di informare milioni di immigrati sul loro diritto al voto, dibattono su un problema che non esiste, sciocchini!

(Fonte: http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=20215)


Lug 08 2008

cervelli in fuga, teste vuote al potere

Tag:Tag , , admin @ 4:19

 

«Sono un ingegnere emigrato in Germania per ovvi motivi: soldi, trasparenza e migliori opportunità di carriera. L’Italia l’ho lasciata a malincuore, ma è il Paese delle raccomandazioni. Ho provato sulla mia pelle che non si sfugge alla logica delle clientele, degli imbrogli, delle scorciatoie. Abbiamo doti invidiabili, ma tutto è vano di fronte a questo sistema vischioso che tarpa le ali ai giovani». Antonio F. racconta la sua storia di emigrato con la laurea in tasca. Il suo non è un caso isolato. «Entro il 2009 mi trasferirò a Zurigo per un dottorato, lascerò la mia famiglia a Roma. Mi ero ripromesso di restare, convinto che quello della fuga dei cervelli fosse un problema ingigantito dai media e che andare negli Stati Uniti per continuare gli studi fosse una moda. Poi ho fatto i conti con il mio futuro, l’ho guardato in faccia, e mi sono visto guadagnare 1.500 euro dopo 15 anni dalla laurea, se va bene. Mi sono visto a casa ancora a lungo, a chiedere i soldi per la benzina, ad aspettare il piatto in tavola la sera. A Zurigo, invece, avrò la possibilità di mantenermi. Mi dico che la patria, in fondo, è quella che mi dà lavoro. Andrò in Svizzera e poi chissà dove».
Fabio, giovane laureato in chimica, insieme a tanti altri ricercatori si è rivolto al Messaggero online dopo che abbiamo pubblicato i dati di una ricerca del Censis. I dati sono allarmanti, su carriere, retribuzioni e modalità di accesso al lavoro. Ma qual è la differenza tra lavorare in Italia e all’estero? Partiamo dal curriculum, che è lo strumento principale per presentarsi alle aziende. Ebbene, all’estero l’invio del profilo personale ha un riscontro, è uno strumento efficace per trovare lavoro, in Italia, invece, se il curriculum non è accompagnato da calorose segnalazioni è praticamente carta straccia. Ecco un dato: il 22,4% dei laureati, che hanno conseguito il titolo da tre anni, all’estero abbastanza frequentemente conquistano un contratto attraverso le inserzioni sui giornali o su Internet. In Italia la percentuale scende al 9%. Oltre confine l’accesso al lavoro tramite stage o tirocinio in azienda è molto più frequente. Da noi, invece, è alto il ricorso alla classica segnalazione di parenti e amici.
Quanto alla carriera, tra i lavoratori dipendenti quelli che all’estero a tre anni dalla laurea hanno una posizione di quadro o funzionario sono il 32,1%. Se ci spostiamo in Italia la percentuale scende al 17,1%. Ma i dati che saltano più agli occhi, brutalmente, sono quelli relativi alla retribuzione: è sotto i 1.000 euro netti al mese per il 24,6% dei giovani rimasti in Italia; contro il 10,2% di quelli che lavorano all’estero. Ma è guardando alla fascia alta che il confronto si fa impietoso: fuori dei confini nazionali il 43% ha uno stipendio che supera i 1.700 euro al mese. In Italia solo il 9,2% ha una analoga retribuzione. D’accordo che i soldi non sono tutto, d’accordo che in alcuni dei Paesi il costo della vita più alto può giustificare salari maggiori, ma il divario è enorme e l’impressione che la tua patria ti valuti meno, e dunque in un certo senso ti rifiuti, spinge a cercare fortuna altrove.
Ed ecco un’altra testimonianza: «Sono emigrato in Olanda più di dieci anni fa, laurea in legge, esperienze lavorative a Roma, nel campo informatico. Precarietà e incertezze erano pane quotidiano. Mi sono trasferito e qui, dopo tre mesi, avevo un lavoro decente, prima alla Shell, poi presso una società edilizia, poi presso una organizzazione internazionale, sempre nell’informatica. Tre anni fa mi sono spostato in Inghilterra dove ho trovato un nuovo lavoro, che svolgo con grande soddisfazione. Senza amici, senza raccomandazioni, senza essere un genio, mi sono sistemato». «All’estero la parola magica è una sola, meritocrazia - osserva George, anche lui in Olanda - In Italia clientelismo e nepotismo sono diffusi a tutti i livelli, essere bravi è sostanzialmente inutile».
L’emigrazione di ricercatori e laureati è uno dei problemi irrisolti. Esportiamo trentamila ricercatori l’anno e ne importiamo tremila. Un saldo drammaticamente negativo. La “fuga” dei cervelli ci costa otto miliardi di euro l’anno. La nostra capacità competitiva è progressivamente in calo e cresce il divario con gli altri partners. Costringiamo i ricercatori a fare le valigie e quando riusciamo a farli tornare, ma è raro che tornino, non siamo in grado di trattenerli. «Siamo schiacciati da un sistema gerontocratico che si autoalimenta - sostiene Francesco Mauriello, presidente dell’Adi, l’Associazione dei dottorandi e dei dottori italiani - Non diamo prospettive ai giovani. Eppure sono bravi, all’estero li prendono a scatola chiusa e li pagano bene. La fuga continua perché qui non si investe in ricerca, mancano adeguate dotazioni di laboratori e i finanziamenti arrivano col contagocce».I ricercatori prima li facciamo partire, poi, quando tornano, non abbiamo abbastanza risorse per utilizzarli. I cervelli che abbiamo richiamato nel 2006 spendendo 3 milioni di euro in parte ancora vagano alla ricerca di una università o di un ente di ricerca che li prenda e li faccia lavorare. Molti dei 466 rientrati hanno già rifatto le valigie. Qualche altro aspetta, perché ha avuto delle promesse. Però i fondi destinati al ritorno in patria nel 2007 sono stati dimezzati, 1.500 euro. Per il 2008 non si sa quanti ne verranno stanziati. Tanto la situazione è fluida che i ”cervelli rientrati” hanno costituito un Coordinamento. «Se alla emigrazione massiccia - dicono - corrispondesse un flusso in ingresso altrettanto rilevante non ci dovremmo preoccupare, però non è così, l’Italia non ha capacità di attrarre gli stranieri».
Rob, irlandese da un anno e mezzo: «Sono arrivato che non sapevo dire nemmeno ciao, ora lavoro per una delle più grandi aziende del mondo con contratto a tempo indeterminato. Parlo due lingue e ho un elevato livello di professionalità. Qualche tempo fa sono tornato in Italia e cosa mi offrono? Due mesi di contratto a progetto e 800 euro al mese. Faccio presente che ne guadagno 2.000, ma niente. Così sono ripartito. A chi resta faccio tanti auguri». «Peccato che lo Stato sia assente - è il commento di un altro ricercatore all’estero - Ne conosco moltissimi di espatriati in Olanda, tutti se ne sono andati per lo stesso motivo: non erano raccomandati e non sopportavano più di essere penalizzati da un sistema che non riconosce il merito ma si regge sulle lobby e sulle clientele politiche. C’è gente che lavora al Centro spaziale di Noordwijk e che è arrivata in Olanda solo con la laurea e una certa conoscenza dell’inglese. Per loro l’obiettivo era quello di premiare i loro anni di studio con una realizzazione professionale all’altezza della preparazione. Ci sono riusciti».
Un sistema malato, il nostro, del quale ci dobbiamo liberare se vogliamo ridare speranze e prospettive alle generazioni che formiamo. Non possiamo continuare a regalare su un piatto d’argento i giovani sfornati dalle nostre università, i cui costi sono a carico del Paese.

 

                                                                                       ilmessaggero.it

 


Lug 01 2008

la nuova giustizia italiana

Tag:Tag , , admin @ 4:46

 

Una sera si tenne a palazzo una festa, e arrivò lì un uomo e si prostrò davanti al principe, e tutti gli invitati volsero gli sguardi verso di lui e videro che gli mancava un occhio e che l’orbita vuota era sanguinante. E il principe gli domandò: “Che cosa ti è accaduto?”. E l’uomo rispose: “ O principe, io esercito il mestiere di ladro, e questa notte, che era senza luna, m’avviai a derubare la bottega del cambiavalute; e mentre m’arrampicavo per calarmi dalla finestra entrai per errore nella bottega del tessitore, e nel buio ho urtato il telaio e mi sono cavato quest’occhio. Ed ora, o principe, chiedo giustizia contro il tessitore”.

Allora il principe mandò a chiamare il tessitore, e quello venne, e fu decretato che gli si cavasse un occhio.

“O principe”, disse il tessitore, “il decreto è giusto. E’ giusto che mi sia cavato uno dei due occhi. Ma, ahimè, mi sono necessari tutti e due per vedere entrambi i lati della tela da me tessuta. Ma ho un mio vicino, un ciabattino, che ha anche lui due occhi, e che non ha bisogno di tutti e due nel suo lavoro”.

Il principe mandò a chiamare il ciabattino. E costui venne. E al ciabattino cavarono uno dei due occhi.

E giustizia fu fatta!

 

                                                                                    Gibran

 


Giu 26 2008

italiani felici???

Tag:Tag , , , admin @ 8:09

 

 

Soldi e bellezza danno la felicità?

Quello sulla bellezza è un discorso interessante: le persone molto belle sono più infelici della media, proprio come quelle molto brutte

E per i quattrini?

Da questo punto di vista l’Italia non si differenzia dagli altri Paesi occidentali. Quasi dovunque vale una regola molto semplice: essere poveri aumenta il rischio di essere infelici, mentre non è vero l’opposto. Anche la felicità, oltre alla virtù, sta nel mezzo: un tenore di vita medio elimina alcune delle cause materiali dell’infelicità, ma agitarsi per crescere in ricchezza e potere, rende infelici. Noi italiani siamo grandi lavoratori, ma sappiamo prenderci le nostre pause, non vogliamo farci strozzare dal lavoro. Il modello americano basato sul lavoro superproduttivo, la carriera, il consumismo, non fa per noi. Può dare dei singoli piaceri che però non fanno la felicità. Anzi: rincorrere troppi piaceri è una maledizione.

 

 

                                                                                      E. Finzi, Come siamo felici, Sperling & Kupfer

 


Mag 30 2008

anche l’ombra telefona…

Tag:Tag , admin @ 4:21

 

Quale stato europeo ha più cellulari? Indovinate un po’…Gli studi di Eurostat pongono l’Italia sul gradino più alto del podio nello strano campionato delle utenze telefoniche mobili in tutta Europa.Viene da chiedersi cosa trovino di così tanto prezioso gli italiani nell’uso smodato del telefonino. Continuano ad aumentare le persone che non hanno più il telefono fisso e usano il cellulare anche come numero telefonico di casa. Siamo il paese dove si vendono più cellulari, le statistiche riportano 122 telefoni su 100 persone, cioè 1,22 telefoni per ogni italiano, considerando quanti ancora sono troppo giovani per usarlo e quanti invece sono troppo anziani, da queste statistiche emerge che ogni italiano dispone di almeno due telefoni.

La medaglia d’argento spetta alla Gran Bretagna e il Portogallo con un 115%; la Spagna con il 105%. Ad un passo dal podio la Germania con il 102% e la Grecia col 100%.E’ una questione di convenienza tariffaria a spingere gli utenti a possedere circa due cellulari a testa? Se si considera una media di 30 SMS e di 25 telefonate mensili, in Italia si spendono circa 14,1 dollari mentre con lo stesso utilizzo in Gran Bretagna si pagherebbero 13,7 dollari. Se confrontiamo i costi con gli altri paesi citati i costi aumentano fino a raddoppiarsi. Nel nostro paese, quindi, le tariffe telefoniche mobili convengono. In questi costi vanno considerate, inoltre, le offerte che i gestori offrono continuamente, (carte SMS o chiamate “gratuite” per alcuni periodi dell’anno).L’ Italia è un cellulare con forma di stivale in continua promozione, basta solo stare attenti e prendere quello che al momento più conviene.

Ma una domanda “nasce spontanea”: cosa avremo da dirci di così tanto importante???