Nov 04 2008

La dittatura del PIL

Tag:Tag , , admin @ 13:36

 

 

 

Non si può, ancora una volta, non segnalare lo stupore, e forse l’indignazione, di constatare come il PIL – il prodotto interno lordo, il più arcaico, anacronistico ed ambiguo parametro – continui ad essere considerato, ancora oggi, come il principale indicatore dello sviluppo/crescita economica di un Paese. Ancora oggi si pianifica il nostro futuro parlando di zero punto otto o di zero punto cinque come calamità, come un indicatore apodittico. La previsione di anni bui o di destini radiosi. Un indicatore che è divenuto, ad esempio, un parametro di libertà/discrezionalità degli Stati dell’ EU in materia di fisco e spesa pubblica : non è un caso  che due delle norme più importanti compresi tra i cosiddetti “criteri di convergenza” di Maastricht abbiano trovato nel PIL il loro pilastro ideologico. Un indicatore figlio dell’epoca moderna, inattuale già allora e in stridente contrasto oggi in una società che si avvia al postmoderno. Quando, ad essere misurato, dovrebbe essere in un’ottica di Societing non un dato spurio, a se stante ma un indicatore che attesti positivamente il contributo dell’economia ad elevare la qualità della vita.

Il PIL è influenzato da, ed è anche la risultante di, guerre, calamità naturali, disastri: fotografa cioè tutto quanto si riflette sul sistema economico, indipendentemente dalla sua genesi. L’indicatore più miope e socialmente offensivo che possa esistere (varrebbe la pena, provocatoriamente, intendere “lordo” nell’accezione di sporco): eppure è quello che ottiene il maggior credito, e la maggiore visibilità anche a livello mediatico, e che viene adottato acriticamente per valutare lo stato di salute da parte di una economia che ha smarrito per strada la sua vocazione ad essere anche  scienza sociale.

Le denunce sull’inattualità di questo indicatore sono continue: eppure nessun progresso è stato compiuto su questo fronte e i Governi continuano ad essere valutati – ed un Paese ad ottenere i suoi rating a livello internazionale – principalmente sulla sua base. E pensare che persino in Cina si sta valutando l’ipotesi di calcolare un PIL verde, vale a dire sottraendo dal lordo i costi ambientali. “Occorre ribadire in tutte le sedi – scrive Pallante in un interessante saggio (La decrescita felice, Roma Editori Riuniti 2005) anche se un po’ talebano– i rapporti di causa-effetto tra la crescita del prodotto interno lordo e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili, l’incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente atrofizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.” Ma una denuncia non basta se non si coniuga con una profonda revisione del mito della crescita, nella messa a punto di nuovi parametri per misurare le attività economiche. I suggerimenti illuminati non mancano: lo psicologo Kahneman ha proposto di aggiungere al PIL il MAH (Measure of Aggregate Happiness) per integrare la misurazione della ricchezza prodotta con i parametri convenzionali con altri legati alla soddisfazione così che possano trovare cittadinanza anche dati relativi ad una “economia della felicità. Ma è più immediato e agevole conferire il premio Nobel per l’Economia a Kahneman (come di fatto è avvenuto) che  tradurre in pratica indicazioni di questo genere. Anche se c’è da segnalare - insieme ad autorevoli, analoghe prese di posizione di altri premi Nobel : come Amartya Senn e Joseph Stgliz – che il Down Jones ha visto ultimamente affiancarsi un Dow Jones Sustainability Index che misura gli score di sostenibilità sociale delle imprese. Un primo risultato – a cui non si è dato troppo risalto – e che le imprese eccellenti per sostenibilità sono anche quelle che conseguono i migliori risultati sul fronte della finanza nel loro settore.

 Symbola coordinata da Ermete Realacci è intenta ad elaborare “un nuovo strumento capace di registrare la qualità e il segno dello sviluppo, dando conto del benessere delle persone e dello stato di salute del Paese: il PIQ, Prodotto interno di qualità”. Un impegno, quello di Symbola, rivolto alla creazione di una soft economy che ruoti attorno alla difesa e valorizzazione del territorio, della bellezza,della qualità della vita.

 

 

 


Giu 26 2008

italiani felici???

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Soldi e bellezza danno la felicità?

Quello sulla bellezza è un discorso interessante: le persone molto belle sono più infelici della media, proprio come quelle molto brutte

E per i quattrini?

Da questo punto di vista l’Italia non si differenzia dagli altri Paesi occidentali. Quasi dovunque vale una regola molto semplice: essere poveri aumenta il rischio di essere infelici, mentre non è vero l’opposto. Anche la felicità, oltre alla virtù, sta nel mezzo: un tenore di vita medio elimina alcune delle cause materiali dell’infelicità, ma agitarsi per crescere in ricchezza e potere, rende infelici. Noi italiani siamo grandi lavoratori, ma sappiamo prenderci le nostre pause, non vogliamo farci strozzare dal lavoro. Il modello americano basato sul lavoro superproduttivo, la carriera, il consumismo, non fa per noi. Può dare dei singoli piaceri che però non fanno la felicità. Anzi: rincorrere troppi piaceri è una maledizione.

 

 

                                                                                      E. Finzi, Come siamo felici, Sperling & Kupfer

 


Giu 17 2008

L’uomo che pagava le tasse ed era felice

Tag:Tag , , , admin @ 8:15

 

 

 E’ comprensibile che pagare le tasse, specie se sono elevate, non sia piacevole per nessuno e che dunque il 20 giugno  non  sia  un  giorno di festa.

Al malumore di chi pensa, peraltro comprensibilmente  e  legittimamente,  solo  al  suo  particulare  ovvero  alla  sua  tasca, si mescolano  considerazioni  di ben altra natura. Considerazioni sulle conseguenze generali che  la  pressione  fiscale  del  momento  può  provocare  sulle  condizioni  complessive  del Paese, sugli investimenti, sull’occupazione, sulla produttività delle imprese e così via. Soltanto un competente può valutare—cosa comunque ardua— quale dovrebbe essere, in quel  momento,  la  tassazione  più adeguata a contemperare le esigenze delle imprese, le urgenze  di  interventi  pubblici  e  le  misure atte a garantire una decorosa qualità di vita anche  ai  cittadini  in  difficoltà (a parte situazioni eccezionali di emergenza, ad esempio una guerra, che possono alterare le necessità della spesa dello Stato).

Indipendentemente da questo fondamentale aspetto tecnico, politico-economico, vi è una diffusa e ringhiosa mentalità pre-civile, che considera ogni tassazione una prevaricazione indebita e non riconosce come un peccato la violazione del settimo comandamento, non rubare, nel quale la Chiesa include l’evasione fiscale. Per fortuna non tutti i cittadini indulgono a tale mentalità tribale. Non è male in questi giorni rileggere ciò che diceva nel 1980 il più alto contribuente di Trieste, che in quell’anno pagava 526 milioni e 110 mila lire di Irpef e 133 milioni e 360 mila lire di Ilor per un totale di 659 milioni e 470 mila lire. Tutto questo nel 1980, quasi trent’anni fa. Intervistato da Rosanna Santoro sul Meridiano il 13 settembre 1984 a proposito di quella sua denuncia dei redditi resa allora pubblica, Primo Rovis rispondeva: «Ho pagato le tasse che dovevo pagare e ne sono felice. Esistono strade, scuole, luce nelle case, assistenza sanitaria, ordine pubblico, tanti servizi a carico dello Stato, che li può garantire e migliorare solo se i cittadini contribuiscono in proporzione al loro reddito».

Primo Rovis non è un uomo di sinistra, è un moderato che ha visto ad esempio con favore la recente vittoria elettorale di Renzo Tondo nel Friuli-Venezia Giulia. Da ragazzo che a 8 anni si guadagnava il pane battendo ghiaia in Istria e da aiuto-commesso è divenuto un imperatore del caffè, in una vita avventurosa ricca di originali iniziative economiche e sempre generosamente disponibile all’aiuto. È semplicemente uno il quale sa che la sua qualità di vita e il suo benessere sono legati a quelli della realtà che lo circonda, della coralità di cui si fa parte. Ama star bene e coltivare le sue passioni, come la straordinaria collezione di meravigliosi fossili risalenti a milioni e milioni di anni fa, che di recente hanno interessato l’Università di Mosca, e sa che per star bene occorre che anche il mondo intorno a noi, dal quale non possiamo separarci, non stia troppo male. Questo piacere di vivere — non disgiunto dall’interesse per gli altri, ma anzi nutrito dal senso dell’appartenenza a un comune destino— potrebbe fare, se condiviso da molti, dell’Italia quell’Italia civile che invece, ripeteva spesso Biagio Marin, è forse solo un’esigenza di pochi.

 

                                                                                     Claudio Magris – corriere.it