Nov 11 2008

Italia: lo Stato ospite. Di Mafia S.p.a.

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Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona unita, unite sotto la provocatoria sigla Mafia Spa, hanno fatturato quest’anno circa 130 miliardi di euro, con un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti. Il dato emerge dal rapporto «Sos impresa» di Confesercenti, titolato «Le mani della criminalità sulle imprese». Al primo posto degli introiti della Mafia Spa ci sono i traffici illeciti, che fanno segnare un attivo di 62,80 miliardi di euro. La principale fonte di guadagni resta il traffico di droga, con 59 miliardi di euro, mentre armi e altri traffici costituisco 5,80 miliardi dell’attivo, il contrabbando 1,20 miliardi e la tratta degli esseri umani 0,30. Ancora: 21,60 miliardi di euro arrivano dalle “tasse mafiose”, ovvero racket (9 miliardi) e usura (12,60 miliardi); da furti rapine e truffe un miliardo.

APPALTI E SCOMMESSE - L’attività imprenditoriale porta in bilancio 24,70 miliardi di euro di attivo: appalti e forniture pesano per 6,50 miliardi, agromafia 7,50 miliardi, giochi e scommesse 2,40 miliardi, contraffazione 6,30 miliardi, abusivismo 2,2 miliardi. Un mercato emergente che inizia a dare un importante giro di affari è quello delle ecomafie che pesa per 16 miliardi di euro, marginale invece il giro della prostituzione che frutta solo 0,60 miliardi mentre da proventi finanziari ne arrivano 0,75. Dal totale di 130 miliardi di fatturato ne vanno sottratti 60 di passività: 1,76 per stipendi di capi, affiliati, detenuti e latitanti, 0,45 miliardi per la logistica; per la corruzione la criminalità organizzata spende 3,8 miliardi, altri 0,70 servono per le spese legali; negli investimenti vanno 30 miliardi, nel riciclaggio 22,50 e 7,50 in accantonamenti. Il solo ramo commerciale, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, cifra intorno al 6% del Pil nazionale.

ATTIVITÀ FRUTTUOSE - Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160mila euro al minuto. Il settore più in crescita, che pesa sulle imprese per 32 miliardi di euro, è quello dell’usura: aumentano gli imprenditori colpiti, sale la media del capitale prestato e degli interessi restituiti nonché dei tassi di interesse applicati, facendo lievitare il numero dei commercianti colpiti a oltre 180mila, con un giro d’affari intorno ai 15 miliardi di euro. Stabile il giro del racket delle estorsioni, dove rimane sostanzialmente invariato il numero dei commercianti taglieggiati, 160mila, con una lieve contrazione dovuta al calo degli esercizi commerciali e all’aumento di quelli di proprietà di malavitosi. Cala il contrabbando, in parte sostituito da altri traffici, mentre cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino e delle scommesse.

I NUMERI DEL PIZZO - Un capitolo del rapporto è dedicato al pizzo a Palermo e Napoli. Con degli esempi: un euro per tenere un banco al mercato a Palermo, tra i 5 e i 10 a Napoli; un massimo di 500 euro per un negozio, ma se è elegante o nel centro il prezzo sale a mille. Se si possiede un redditizio supermercato servono almeno 3mila euro, che possono arrivare anche a 5mila; per un cantiere la somma da sborsare a Palermo è di 10mila euro. I soldi versati hanno superato abbondantemente i 6 miliardi di euro: numeri che rapportati alla crisi economica diventano sempre più insopportabili per le imprese, molte delle quali preferiscono chiudere o cambiare città piuttosto che denunciare il malaffare. I commercianti taglieggiati sono circa 150mila, comunque meno di quelli che finiscono vittima degli usurai (180mila). In questo campo, gli interessi praticati dalla criminalità superano il 10% mensile. Nel complesso il tributo pagato dai commercianti supera i 15 miliardi di euro. Un terzo degli imprenditori coinvolti si concentra in Campania, Lazio e Sicilia, ma preoccupa anche il dato della Calabria, il più alto nel rapporto attivi/coinvolti. A Napoli nel 2007 si sono registrati più fallimenti (7,2%, il 15% del totale nazionale).

TRUFFE ALIMENTARI - Un altro settore molto inquietante (e in crescita) è quello delle truffe alimentari: falsificazione di date di scadenza sulle etichette di prodotti, macellazione clandestina e riconfezionamento abusivo di alimenti andati a male minacciano la salute degli italiani. Il rapporto «Sos impresa» indica che nel 2008 i sequestri effettuati dai carabinieri dei Nas relativi ai generi alimentari sono aumentati del 93% rispetto al 2007. Il valore dei sequestri tra il 2005-2007 è stato di 7,8 milioni di euro, mentre nei soli primi otto mesi del 2008 si è raggiunta la cifra di 15,1 milioni. Infine, anche le ricariche telefoniche sono diventate un business per la malavita. «Dopo la scoperta di una truffa di 50 milioni di euro nei confronti di Tim, le indagini hanno portato alla luce una vasta organizzazione criminale che vede coinvolti gruppi pachistani, clan camorristici e un folto numero di imprese che gestiscono servizi telefonici a pagamento» si legge nel documento.

 

                                                                                                 corriere.it


Nov 04 2008

La dittatura del PIL

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Non si può, ancora una volta, non segnalare lo stupore, e forse l’indignazione, di constatare come il PIL – il prodotto interno lordo, il più arcaico, anacronistico ed ambiguo parametro – continui ad essere considerato, ancora oggi, come il principale indicatore dello sviluppo/crescita economica di un Paese. Ancora oggi si pianifica il nostro futuro parlando di zero punto otto o di zero punto cinque come calamità, come un indicatore apodittico. La previsione di anni bui o di destini radiosi. Un indicatore che è divenuto, ad esempio, un parametro di libertà/discrezionalità degli Stati dell’ EU in materia di fisco e spesa pubblica : non è un caso  che due delle norme più importanti compresi tra i cosiddetti “criteri di convergenza” di Maastricht abbiano trovato nel PIL il loro pilastro ideologico. Un indicatore figlio dell’epoca moderna, inattuale già allora e in stridente contrasto oggi in una società che si avvia al postmoderno. Quando, ad essere misurato, dovrebbe essere in un’ottica di Societing non un dato spurio, a se stante ma un indicatore che attesti positivamente il contributo dell’economia ad elevare la qualità della vita.

Il PIL è influenzato da, ed è anche la risultante di, guerre, calamità naturali, disastri: fotografa cioè tutto quanto si riflette sul sistema economico, indipendentemente dalla sua genesi. L’indicatore più miope e socialmente offensivo che possa esistere (varrebbe la pena, provocatoriamente, intendere “lordo” nell’accezione di sporco): eppure è quello che ottiene il maggior credito, e la maggiore visibilità anche a livello mediatico, e che viene adottato acriticamente per valutare lo stato di salute da parte di una economia che ha smarrito per strada la sua vocazione ad essere anche  scienza sociale.

Le denunce sull’inattualità di questo indicatore sono continue: eppure nessun progresso è stato compiuto su questo fronte e i Governi continuano ad essere valutati – ed un Paese ad ottenere i suoi rating a livello internazionale – principalmente sulla sua base. E pensare che persino in Cina si sta valutando l’ipotesi di calcolare un PIL verde, vale a dire sottraendo dal lordo i costi ambientali. “Occorre ribadire in tutte le sedi – scrive Pallante in un interessante saggio (La decrescita felice, Roma Editori Riuniti 2005) anche se un po’ talebano– i rapporti di causa-effetto tra la crescita del prodotto interno lordo e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili, l’incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente atrofizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.” Ma una denuncia non basta se non si coniuga con una profonda revisione del mito della crescita, nella messa a punto di nuovi parametri per misurare le attività economiche. I suggerimenti illuminati non mancano: lo psicologo Kahneman ha proposto di aggiungere al PIL il MAH (Measure of Aggregate Happiness) per integrare la misurazione della ricchezza prodotta con i parametri convenzionali con altri legati alla soddisfazione così che possano trovare cittadinanza anche dati relativi ad una “economia della felicità. Ma è più immediato e agevole conferire il premio Nobel per l’Economia a Kahneman (come di fatto è avvenuto) che  tradurre in pratica indicazioni di questo genere. Anche se c’è da segnalare - insieme ad autorevoli, analoghe prese di posizione di altri premi Nobel : come Amartya Senn e Joseph Stgliz – che il Down Jones ha visto ultimamente affiancarsi un Dow Jones Sustainability Index che misura gli score di sostenibilità sociale delle imprese. Un primo risultato – a cui non si è dato troppo risalto – e che le imprese eccellenti per sostenibilità sono anche quelle che conseguono i migliori risultati sul fronte della finanza nel loro settore.

 Symbola coordinata da Ermete Realacci è intenta ad elaborare “un nuovo strumento capace di registrare la qualità e il segno dello sviluppo, dando conto del benessere delle persone e dello stato di salute del Paese: il PIQ, Prodotto interno di qualità”. Un impegno, quello di Symbola, rivolto alla creazione di una soft economy che ruoti attorno alla difesa e valorizzazione del territorio, della bellezza,della qualità della vita.

 

 

 


Giu 16 2008

al bazar del pianeta

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Jean Claude Balaceanu (massimo esperto dell’Istituto Francese del Petrolio) nel 1979 dichiarava: “Lo slogan fisso della societa’ dei consumi e’ Petrolio a volonta’! Che cosa succedera’ il giorno in cui l’umanita’ restera’ senza idrocarburi? Le strade rimarranno deserte, anzi di li’ a poco non esisterebbero piu’ neanche le strade, a causa della mancanza di catrame e asfalto. Le pompe di erogazione spariranno. I commercianti, dal piccolo negozio sotto casa al supermercato, dai mercati rionali ai macellai, saranno obbligati a chiudere. Niente piu’ trattori nei campi ne’ aerei nel cielo. Tutte le navi saranno condannate a rimanere in porto.

Niente piu’ riscaldamento a gasolio e questo significa che la meta’ delle case, degli uffici, delle  scuole, degli ospedali rimarrebbero al freddo d’inverno e nel bollore d’estate. Il sistema industriale sara’ paralizzato. L’agricoltura tornera’ indietro di un secolo. Quasi  tutte  le materie prime e le fibre artificiali scompariranno.”

 

                             Eric Laurent, La verità nascosta sul petrolio, Nuovi Mondi Media