Ott 29 2008

O l’ILVA o la vita. Ultraterrena.

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Ogni tanto il tg3 regionale manda in onda l’ennesimo servizio da Taranto. L’ex baluardo della Magna Grecia che ora è una città fumosa. Nessuna divinità dell’Olimpo la abita più. Da Dio alla diossina. Sarà forse un sintomo del progresso! Fatto sta che il dilemma si pone come un supplizio tantalico sulle nostre coscienze, probabilmente intaccate dal fumo delle ciminiere che colorano i cieli sullo Ionio: lavoro o vita? Immaginiamo un bimbo che leggesse il primo articolo della Costituzione (L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro). Vedendo il babbo che torna con la pelle scura di fumo penserà che la repubblica si fonda sul lavoro nero. Guardando in tv gli onorevoli, penserà che l’Italia si fonda sul lavoro. Degli altri! Guardando le radiografie di tanti, troppi dipendenti delle acciaierie, penserà che l’Italia è una oligarchia affondata sul lavoro. Il buon ecologista tuttodunpezzo vorrebbe chiudere le ciminiere. Se avesse qualche parente dipendente dei Riva, limerebbe il proprio fondamentalismo in favore di una riduzione delle emissioni inquinanti. Il bravo sindacalista, fumando come una ciminiera, chiederebbe forse la riduzione dell’orario di lavoro, o almeno la riduzione delle morti bianche, in ottemperanza al nuovo contratto. O a quello vecchio scaduto da molti anni. Qualche datore di lavoro dell’indotto sarebbe indotto a festeggiare una nuova commessa per qualche acquisto natalizio. Vorrebbe festeggiare con la carne degli allevamenti tarantini, i più controllati. Dalla morte in persona! Nel delirio di incompetenza (spesso inconsapevole, il che è un’aggravante!) che ci portiamo sul groppone, ci si sente fragili e spiazzati dal livello di distruzione che la razza umana riesce a regalare al proprio presunto futuro. In attesa di trasferirsi su nuovi pianeti. Per avere la libertà di abbatterli con acume.