Set 22 2008

Gli spot della classe digerente

Tag:Tag , , admin @ 17:38

 

 

 

Una sera come tante davanti alla tivù, aspettando il Tg1 delle otto. Dopo il quiz di Carlo Conti parte la raffica degli spot. «Mi sento gonfia» geme una ragazza ingrugnata, accarezzandosi la pancia. «Anche io avevo l’intestino pigro» la conforta l’amica, flessuosa e sorridente. «Ma ora prendo Fibrivia, lo Yogurt con Bifidus. Prova anche tu. Un barattolo di Fibrivia al mattino e in quindici giorni ritrovi la tua naturale regolarità». Stacchetto, e alle due bionde con problemi di stitichezza subentra una famigliola riunita intorno al desco. La mamma vuota nella pentola una confezione di pasta: «Non si può aspettare. Le nuove Lumacotte cuociono in sei minuti!». Esultanza generale. Altro stacchetto, ed ecco l’acqua minerale Sgorghina, che scendendo nelle viscere «lava via i batteri cattivi». Si resta in cucina anche nello spot successivo, dove una voce maschile esalta le virtù del burro Panzanò: «Il 75% di colesterolo in meno nel vostro frigo». Poi è il turno di Del Piero, con l’ex-miss e la suora che fanno «tanta plin-plin». «Puliti dentro e belli fuori». E infine, dulcis in fundo, il primo piano di una tazza (non di quelle dove si beve): un flacone di plastica spruzza un liquido blu, e la ceramica torna candida e splendente. Il ciclo si è compiuto, e siamo pronti per digerire le cattive notizie del telegiornale, i tonfi delle Borse, le bizze dei piloti, l’ultimo attentato a Islamabad, l’ubriaco al volante che travolge la pensionata.

 

Se un marziano cercasse di capire gli italiani dagli spot televisivi, come faceva David Bowie in quel magnifico film, «L’uomo che cadde sulla terra», ne ricaverebbe l’impressione di un popolo intento solo a mangiare e andare di corpo. Tra yogurt miracolosi, rotoloni che non finiscono mai, ragù con sapore di ragù, detersivi per lavare i contenitori del ragù e dentifrici che garantiscono una bocca pulita al 100% dalle tracce di ragù, sembriamo afflitti da un’ossessione per tutto ciò che avviene nel nostro tubo digerente, dalla deglutizione fino allo smaltimento finale. Pare che la nostra intera esistenza si svolga nel perimetro compreso tra la cucina e il bagno, con una tappa in sala da pranzo (sempre ovviamente, col cellulare acceso a portata di mano).

 

Ora, che grazie al carobenzina e al tracollo dell’Alitalia la mobilità territoriale si sia ridotta ai minimi termini, è comprensibile. Ma se ci resta soltanto la mobilità intestinale, allora ha ragione chi dice che siamo finiti nella «plon-plon» fino al collo, e nessuno spot ci può salvare.

 

                                                                                           r.chiaberge

 


Set 01 2008

Finchè la barca va…

Tag:Tag , , admin @ 5:11

 

 

 

 

Da nullatenenti avranno sicuramente una vita difficile, ma almeno a una cosa non intendono rinunciare: lo yacht. Infatti secondo un’indagine dell’Associazione Contribuenti Italiani il 58% degli yacht di lusso, barche a vela e automezzi di grossa cilindrata è intestato a nullatenenti o a pensionati ottantenni.

 

L’associazione, attraverso lo Sportello del Contribuente, rileva costantemente il fenomeno dell’evasione fiscale in Italia. E da Ischia ha lanciato stamane l’ennesima denuncia: si espande a dismisura il fenomeno dei “ricchi nullatenenti“, che vivono spendendo migliaia di euro per beni superflui e non dichiarano al fisco quello che guadagnano.

 

“E’ ora di finirla con modeste misure di contrasto all’evasione fiscale - ha detto Vittorio Carlomagno, presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani -, è necessaria un’illuminante politica di collaborazione con le associazioni rappresentative dei contribuenti che operano da tempo sul fronte della tax compliance, generando una autentica cultura antievasione”.

 

I dati diffusi dall’associazione trovano riscontro in diverse indagini delle forze dell’ordine, che si concludono puntualmente con una denuncia del Fisco. L’8 agosto, per esempio, la Guardia di Finanza ha denunciato un nullatenente che, oltre a essere proprietario di uno yacht, aveva anche numerosi beni immobili, tre autovetture e diverse polizze di assicurazione con premio annuale. A giugno la stessa Guardia di Finanza ha individuato un centinaio di persone in situazioni analoghe.

                                                                                      repubblica.it

 


Lug 25 2008

nella rete dell’ottimismo

Tag:Tag , , , admin @ 10:52

 

Signor Anderson, ci insegni a essere ottimisti

«Bisogna fare una premessa: il problema principale è la gestione dei media, del tipo di notizie da cui veniamo inondati. Disastri naturali, attacchi terroristici, tragedie, ci vengono serviti senza sosta. La percezione generale è che le cose vadano male. Però non è così. Non sempre il terrore dell’apocalisse imminente è giustificato. Esistono motivi veri per essere ottimisti. Nel momento in cui ti rendi conto che ti hanno fatto il lavaggio del cervello, allora ti fai coraggio ed esci dall’ombra per trovare un po’ di verità. Le faccio un esempio: un anno fa The Human Security Report ha pubblicato una statistica che prova come i conflitti nel pianeta siano calati del 40 per cento negli ultimi dieci anni. E, naturalmente, nessuno ne ha fatto cenno. I massacri hanno molta più presa sulla psicologia della gente. Ci stanno depistando».

Ted diffonde fiducia. Ci dica una cosa che dovrebbe farci ben sperare

«Guardi, da piccolo volevo fare il maestro. L’idea di poter plasmare la vita di venti, trenta individui mi affascina. Insegnare è una missione. Ora immagini un grande professore, una sua lezione a disposizione di persone a migliaia di chilometri di distanza. È una cosa potente. La tecnologia allarga orizzonti, e darà possibilità a gente condannata all’ignoranza, di accedere alla cultura».

Ci indichi un obiettivo ragionevole

«La combinazione di tecnologia, media e crescita economica, nel lungo termine, avrà un effetto forte su persone che oggi sono escluse dal benessere. In mezzo secolo, i grandi problemi saranno meglio compresi da un numero maggiore di esseri umani e quindi affrontati con più senso comune».

Lei però dice che rischiamo ogni giorno il lavaggio del cervello. Non crede che la paura che c’è in giro abbia ucciso la curiosità, senza la quale anche Ted rischia di fallire?

«È vero, di curiosità non se ne vede in giro molta di questi tempi. Però le posso assicurare che Ted ieri era di nicchia mentre oggi è un veicolo per milioni di persone in ogni parte del mondo. Quando facciamo le nostre verifiche, ci accorgiamo che parecchi visitatori sono ventenni pieni di voglia di partecipare».

Trent’anni fa lo scienziato James Lovelock raccontò al mondo che la terra era malata. Nessuno lo prese sul serio. Voi esponete molte teorie affascinanti, ma non temete che, prima che diventino realtà, possa passare troppo tempo?

«Di certo Lovelock non è un ottimista. Da noi si parla di riscaldamento globale ma anche del modo realistico per combatterlo. E sa cosa? Rispetto a trent’anni fa abbiamo a disposizione una tecnologia formidabile che ci permettere di abbattere i tempi tra teoria e pratica. Oggi se uno lancia un allarme su internet, due minuti dopo lo sanno dall’altra parte del mondo. E questo velocizza anche i tempi delle contromisure».

C’è un gadget che la intriga particolarmente?

«Non proprio. Amo la tecnologia in generale, trovo affascinante il concetto della banda larga con possibilità, per tutti, di connettersi ovunque».

Ma perché per risolvere i problemi del pianeta ormai ci si affida solo alle celebrity? Ted, ad esempio, non ha politici coinvolti. Eppure sono loro a prendere le decisioni

«Sa come si dice? I politici passano, le idee restano. È vero, non molti uomini di potere si affidano a noi, ma forse perché non ce ne sono tanti che hanno la capacità di galvanizzare il pubblico con le loro idee, con la loro capacità di smuoverti qualcosa dentro. Noi, di certo, non facciamo discriminazioni, ma chi ospitiamo deve avere certe caratteristiche. Deve sapere diffondere idee specifiche, che abbiano un immediato responso tra la gente che ci segue. È l’unico giudizio che conta».

Lei è stato, in passato, molto critico con le corporation. Oggi sembrano un veicolo irrinunciabile per risolvere i nostri problemi, cominciando dall’energia. Una contraddizione?

«No, perché da diversi anni, ormai, molte grandi aziende hanno cominciato a investire nella ricerca. Prenda Richard Branson di Virgin: spende milioni di dollari per trovare alternative valide alle forme di energie tradizionali. È diventato, fortunatamente, un trend: le industrie vogliono prendersi la responsabilità di creare qualcosa che duri, che sia «buono» per l’umanità. Se questo significa fare anche profitto, non vedo quale sia il problema. Purché si trovino le soluzioni».

Riccardo Romani  (corriere.it)

 


Lug 25 2008

maledetti professori

Tag:Tag , , , admin @ 10:24

 

IL “PROFESSORE”, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all’università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un’immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a “modello” dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E’ almeno da vent’anni che tira un’aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell’era del “mito imprenditore” . Dell’uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l’artigiano e il commerciante. L’immobiliarista. E’ “l’Italia che produce”. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.Competenze apprese “fuori” da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la suola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all’invettiva contro i “professori meridionali” lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato “suo figlio” agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano.
I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).
Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l’insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per “progetto” - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all’università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all’insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D’altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene  di  aver  qualcosa  da  imparare.  Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo.  Più  delle  conoscenze: i muscoli. Più dell’informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare “opinionista” anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una “pupa ignorante”, un tronista o un “amico” palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza “studenti”. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

 

                                                                                 ilvo diamanti

 


Lug 22 2008

i bravi raccomandati…

Tag:Tag , admin @ 4:42

 

L’esempio di eBay che mettendo in piedi un sistema generato dagli utenti in grado di testimoniare l’affidabilità di un venditore ha reso possibile l’impossibile (cioè comprare online da sconosciuti pagandoli prima di aver ricevuto i prodotti) dovrebbe aver fatto capire anche ai più scettici che la gestione della reputazione online in stile 2.0 può generare business.Ispirandosi a questo principio gli ideatori del progetto Gliaffidabili.it hanno realizzato un servizio 2.0 molto utile che mette in contatto diretto i due lati opposti del mercato: da un lato privati e professionisti che offrono servizi di vario tipo (es. lezioni private, consulenze informatiche o assistenza sanitaria a domicilio), dall’altro chi di questi tipi di servizi ha bisogno.Ponendosi come una sorta di marketplace dove domanda e offerta hanno modo di trovarsi senza intermediari (cosa resa molto semplice e intuitiva sia dal sistema di georeferenziazione su mappa sia dal pratico menu a tendina per le ricerche), Gliaffidabili.it affronta con decisione il problema dell’affidabilità (non poteva essere altrimenti dato il nome) attraverso un sistema di trusting che permette agli utenti registrati di “valutare” il professionista di cui si sono avvalsi.Grazie al sistema di visualizzazione dell’affidabilità, chiunque può così confrontare i professionisti non solo in base al profilo autogenerato ma anche, e soprattutto, in base alle raccomandazioni ricevute dagli altri.Un’idea di marketing 2.0 molto semplice ma, proprio per questo, dal potenziale davvero interessante, tanto più che è completamente italiana!

                                                             daniele cerra

 


Lug 20 2008

Tra i due litiganti, la mafia gode…

Tag:Tag admin @ 11:03

Palermo. 19 luglio. Sedici anni dopo quell’assolata domenica di sangue. Luoghi. Memorie. Nomi. Due distinte manifestazioni per ricordare Paolo Borsellino. Una dell’Arci. Una di Azione Giovani. Mi chiedo che senso abbia una tale divisione. Marciare divisi per colpire uniti? O dimostrare di saper raccogliere molta più gente dell’opposta fazione politica? O di essere tanto bravi da far intervenire un ministro da contrapporre a un giudice tosto? E’ davvero così difficile, o impossibile, alzare la voce tutti insieme contro la mafia? Perché si vuol mettere l’etichetta sul ricordo? È stata un’occasione persa per vincere insieme. Sempre meglio del silenzio, certo, ma alcune operazioni puzzano solo di politicanteria spicciola e risibile, nonostante la buona fede.


Lug 13 2008

io non c’ero e se c’ero dormivo…

Tag:Tag , , admin @ 7:49


Lug 08 2008

8 luglio ‘08 - roma,italia contemporanea

Tag:Tag , admin @ 14:54

 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

                                                                              art. 3 – costituzione italiana

 


Lug 08 2008

cervelli in fuga, teste vuote al potere

Tag:Tag , , admin @ 4:19

 

«Sono un ingegnere emigrato in Germania per ovvi motivi: soldi, trasparenza e migliori opportunità di carriera. L’Italia l’ho lasciata a malincuore, ma è il Paese delle raccomandazioni. Ho provato sulla mia pelle che non si sfugge alla logica delle clientele, degli imbrogli, delle scorciatoie. Abbiamo doti invidiabili, ma tutto è vano di fronte a questo sistema vischioso che tarpa le ali ai giovani». Antonio F. racconta la sua storia di emigrato con la laurea in tasca. Il suo non è un caso isolato. «Entro il 2009 mi trasferirò a Zurigo per un dottorato, lascerò la mia famiglia a Roma. Mi ero ripromesso di restare, convinto che quello della fuga dei cervelli fosse un problema ingigantito dai media e che andare negli Stati Uniti per continuare gli studi fosse una moda. Poi ho fatto i conti con il mio futuro, l’ho guardato in faccia, e mi sono visto guadagnare 1.500 euro dopo 15 anni dalla laurea, se va bene. Mi sono visto a casa ancora a lungo, a chiedere i soldi per la benzina, ad aspettare il piatto in tavola la sera. A Zurigo, invece, avrò la possibilità di mantenermi. Mi dico che la patria, in fondo, è quella che mi dà lavoro. Andrò in Svizzera e poi chissà dove».
Fabio, giovane laureato in chimica, insieme a tanti altri ricercatori si è rivolto al Messaggero online dopo che abbiamo pubblicato i dati di una ricerca del Censis. I dati sono allarmanti, su carriere, retribuzioni e modalità di accesso al lavoro. Ma qual è la differenza tra lavorare in Italia e all’estero? Partiamo dal curriculum, che è lo strumento principale per presentarsi alle aziende. Ebbene, all’estero l’invio del profilo personale ha un riscontro, è uno strumento efficace per trovare lavoro, in Italia, invece, se il curriculum non è accompagnato da calorose segnalazioni è praticamente carta straccia. Ecco un dato: il 22,4% dei laureati, che hanno conseguito il titolo da tre anni, all’estero abbastanza frequentemente conquistano un contratto attraverso le inserzioni sui giornali o su Internet. In Italia la percentuale scende al 9%. Oltre confine l’accesso al lavoro tramite stage o tirocinio in azienda è molto più frequente. Da noi, invece, è alto il ricorso alla classica segnalazione di parenti e amici.
Quanto alla carriera, tra i lavoratori dipendenti quelli che all’estero a tre anni dalla laurea hanno una posizione di quadro o funzionario sono il 32,1%. Se ci spostiamo in Italia la percentuale scende al 17,1%. Ma i dati che saltano più agli occhi, brutalmente, sono quelli relativi alla retribuzione: è sotto i 1.000 euro netti al mese per il 24,6% dei giovani rimasti in Italia; contro il 10,2% di quelli che lavorano all’estero. Ma è guardando alla fascia alta che il confronto si fa impietoso: fuori dei confini nazionali il 43% ha uno stipendio che supera i 1.700 euro al mese. In Italia solo il 9,2% ha una analoga retribuzione. D’accordo che i soldi non sono tutto, d’accordo che in alcuni dei Paesi il costo della vita più alto può giustificare salari maggiori, ma il divario è enorme e l’impressione che la tua patria ti valuti meno, e dunque in un certo senso ti rifiuti, spinge a cercare fortuna altrove.
Ed ecco un’altra testimonianza: «Sono emigrato in Olanda più di dieci anni fa, laurea in legge, esperienze lavorative a Roma, nel campo informatico. Precarietà e incertezze erano pane quotidiano. Mi sono trasferito e qui, dopo tre mesi, avevo un lavoro decente, prima alla Shell, poi presso una società edilizia, poi presso una organizzazione internazionale, sempre nell’informatica. Tre anni fa mi sono spostato in Inghilterra dove ho trovato un nuovo lavoro, che svolgo con grande soddisfazione. Senza amici, senza raccomandazioni, senza essere un genio, mi sono sistemato». «All’estero la parola magica è una sola, meritocrazia - osserva George, anche lui in Olanda - In Italia clientelismo e nepotismo sono diffusi a tutti i livelli, essere bravi è sostanzialmente inutile».
L’emigrazione di ricercatori e laureati è uno dei problemi irrisolti. Esportiamo trentamila ricercatori l’anno e ne importiamo tremila. Un saldo drammaticamente negativo. La “fuga” dei cervelli ci costa otto miliardi di euro l’anno. La nostra capacità competitiva è progressivamente in calo e cresce il divario con gli altri partners. Costringiamo i ricercatori a fare le valigie e quando riusciamo a farli tornare, ma è raro che tornino, non siamo in grado di trattenerli. «Siamo schiacciati da un sistema gerontocratico che si autoalimenta - sostiene Francesco Mauriello, presidente dell’Adi, l’Associazione dei dottorandi e dei dottori italiani - Non diamo prospettive ai giovani. Eppure sono bravi, all’estero li prendono a scatola chiusa e li pagano bene. La fuga continua perché qui non si investe in ricerca, mancano adeguate dotazioni di laboratori e i finanziamenti arrivano col contagocce».I ricercatori prima li facciamo partire, poi, quando tornano, non abbiamo abbastanza risorse per utilizzarli. I cervelli che abbiamo richiamato nel 2006 spendendo 3 milioni di euro in parte ancora vagano alla ricerca di una università o di un ente di ricerca che li prenda e li faccia lavorare. Molti dei 466 rientrati hanno già rifatto le valigie. Qualche altro aspetta, perché ha avuto delle promesse. Però i fondi destinati al ritorno in patria nel 2007 sono stati dimezzati, 1.500 euro. Per il 2008 non si sa quanti ne verranno stanziati. Tanto la situazione è fluida che i ”cervelli rientrati” hanno costituito un Coordinamento. «Se alla emigrazione massiccia - dicono - corrispondesse un flusso in ingresso altrettanto rilevante non ci dovremmo preoccupare, però non è così, l’Italia non ha capacità di attrarre gli stranieri».
Rob, irlandese da un anno e mezzo: «Sono arrivato che non sapevo dire nemmeno ciao, ora lavoro per una delle più grandi aziende del mondo con contratto a tempo indeterminato. Parlo due lingue e ho un elevato livello di professionalità. Qualche tempo fa sono tornato in Italia e cosa mi offrono? Due mesi di contratto a progetto e 800 euro al mese. Faccio presente che ne guadagno 2.000, ma niente. Così sono ripartito. A chi resta faccio tanti auguri». «Peccato che lo Stato sia assente - è il commento di un altro ricercatore all’estero - Ne conosco moltissimi di espatriati in Olanda, tutti se ne sono andati per lo stesso motivo: non erano raccomandati e non sopportavano più di essere penalizzati da un sistema che non riconosce il merito ma si regge sulle lobby e sulle clientele politiche. C’è gente che lavora al Centro spaziale di Noordwijk e che è arrivata in Olanda solo con la laurea e una certa conoscenza dell’inglese. Per loro l’obiettivo era quello di premiare i loro anni di studio con una realizzazione professionale all’altezza della preparazione. Ci sono riusciti».
Un sistema malato, il nostro, del quale ci dobbiamo liberare se vogliamo ridare speranze e prospettive alle generazioni che formiamo. Non possiamo continuare a regalare su un piatto d’argento i giovani sfornati dalle nostre università, i cui costi sono a carico del Paese.

 

                                                                                       ilmessaggero.it

 


Lug 05 2008

destra e sinistra

Tag:Tag , admin @ 6:17


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