Mag 31 2008

eros

Tag: Senza categoriaadmin @ 08:57

la sete (di Francesca)

Estate. Interno giorno. Silenzi che meriggiano. Persiane a tagliare i respiri e le ore. Lenzuola disfatte di un letto a due piazze. A due corpi. Ad una anima. Forse. Francesca si svegliò con un retrogusto di limone nell’anima. Quegli spazi interiori che camminano da un angolo all’altro di superfici puntute come il pensiero. Un sogno agitato. Immagini evocative di altrove. Mentre tutto il resto del mondo è l’altrove. Essere lì, annodata a cotone bianco intrecciato al suo amore. All’uomo provvisorio che le scaldava la carne. E lei voleva ghiaccio. Per lenire le ferite della vita. Di quest’esistere travagliato. Tumefatto come certi tramonti nell’autunno a sud. La dimensione del dormiveglia è un pianeta sospeso fra universi paralleli che si toccano e si sfondano dolcemente. Sentire il contatto della pelle crescere piano è la fioritura dell’ora che abbaglia. L’amicizia dello specchio non tradisce mai. Vedere i confini della propria nudità nel vetro è un ritorno di percezione. Si sfiorò il pube come a svegliarne le foglie. Il sorriso nutrito di tenera malizia sottolineò l’umida voce del limbo ancestrale che Francesca nascondeva fra le gambe. Un taglio di luna lavica carico di vita. Come una cesta d’uva a settembre. Come il vento sui campi di grano saraceno. Amava esplorare la carnalità dei suoi sensi. Le piaceva scoprire il silenzio nascosto nelle pieghe delle sue labbra senza aggettivi bastevoli. Spesso si svegliava con la brina affiorante dalla bocca divina. E se aveva la giusta frizzanteria, si accarezzava fino alla pioggia delle anime congiunte nella festosa armonia dei pensieri ardimentosi. Seduta sul suo lato del letto, stava assaporando la sottile linea di piacere che esplode quando il lenzuolo sfiora la carne bagnata di pioggia senza temporale. L’uomo che dormiva nudo a pochi respiri da lei forse sognava distese di azzurrità. Era preda della quiete. Lei avvertiva un senso di sete. Ma la spossatezza del sesso estivo e il sonnifero che è il pomeriggio non le davano energia per alzarsi. Tornò sulla forma del suo corpo nel lenzuolo. Sfiorò le ali d’angelo chiuse a forma di labbra e si portò le dita al viso. Il profumo intenso del suo essere femmina si sentiva tutto. Fino alle ossa della mente. I pomeriggi di autoesplorazioni -che si concedeva quasi sempre- non entrarono nei suoi pensieri immediati. Avere vicino l’uomo che amava in quel momento la svegliò come onda tenue alla battigia. Si fece strada nel labirinto di lenzuola e cominciò a viaggiare sulla pelle calda del suo lui dormiente. Sentiva già uno strano afrore impossessarsi del proprio basso ventre e col sorriso malizioso e autentico che accompagnava i suoi momenti “pieni” continuò l’opera di verniciatura naturale. L’oggetto del suo desiderio nascosto e palese rispose in breve alle sollecitazioni linguistiche di Francesca. Linguistiche, perché c’era dialogo. O monologo a due. Lei parlava con l’albero maestro delle sue regate veliche nel mare aperto del piacere. Mentre il padrone dormiva. Gli confidava tutto un esplodergli dentro di piccole bombe sensoriali ogni volta che entrava nella sua carne senza bussare perché sapeva che la porta era aperta. Che le vibrazioni bagnate le sbattevano il cervello come fa lo scirocco quando non perdona al mare di essere calmo. Sentirsi schiaffeggiata l’anima sottopelle. Francesca era brava a parlare anche soltanto con gli occhi. Solo gli occhi parlano. A volte. Quando aveva il regno della bocca occupato nell’accoglienza dell’ospite atteso. Sacro come ogni ospite. Era adorante davanti a quell’altare di un dio primitivo e futuribile. Presente in tutti i presenti. L’altra mano, che non stringeva il suo gelato preferito, si diresse al bosco delle favole. Pioveva a stretto contatto con le lenzuola, che da bagnate acuiscono la voglia di una donna intrisa di desiderio. Fu come sentire le mani dell’uomo dormiente in sé. Chè per un uomo, svegliarsi avvertendo la lingua calda di una donna giocare a nascondino col suo migliore amico, è uno dei piaceri più grandi dell’esistere. E si loda la prima donna di qualche era primordiale per aver inventato tale dono. Ma lui dormiva. Meglio. Francesca avrebbe tenuto per sé tutto quel muoversi di carni tese. Senza dover obbedire a nessun ordine di velocità. Senza sentire mani dietro la nuca spingere. Poteva obbedire al suo istinto. Sentire ogni più piccolo movimento. Le vene. La turgidità che può scomparire improvvisa. Il divertimento della ricomparsa dopo sapienti percorsi labiali. Francesca aveva solo un difetto: non amava ingoiare il seme dell’uomo. Forse una paura inconscia. Forse soltanto schifo di sentire sulla lingua e nella gola una pioggia gelatinosa dai vari potenziali sapori. Nonostante molti uomini glielo avessero chiesto, lei si era sempre rifiutata. Forse lo conservava come desiderio proibito. O come regalo per l’uomo che finalmente le avesse fatto scoppiare il cuore e le sue ossa. Sentiva pioversi dentro e fra le dita. Il suo respiro era mischiato alla saliva e alla carne di lui, sempre più tesa. Capiì che probabilmente il suo sonno sarebbe durato ancora poco. Giocò ancora a nascondino con le labbra e con la lingua. Ma un fatto strano colse la sua attenzione. Piccole gocce avevano iniziato a zampillare dal serpente con un occhio solo. E lei non si era tirata indietro. Come fosse stata stregata da un miele selvatico. Dal nettare d’alabastro e aurora d’oriente. Il sorriso si fece più partecipato. La curiosità accompagnò quella nuova scoperta. Il fiume non accennava a smettere. Lui dormiva ancora. Mistero. Tolse la mano dal suo paradiso e prese con maggior decisione la fontana di dolcezze e si abbeverò. Si fece trascinare dal gusto del piacere. Il respiro s’impastava al liquido dell’anima. Come d’estate un cono al bar quando si ha poca fretta e le mani s’inzuccerano dei gusti scelti. Prese avvio la sua parte animalesca. Con l’anima che le ruggiva. Mordicchiava. Leccava. Succhiava. Beveva. La sete che aveva era scomparsa. Ma nuova sete appariva. Quella del tempo perso a perdersi quel piacere. Era arrivata a giocare a nascondino fino alla base della colonna infame. Capitello e arco di trionfo divennero il disegno del suo godimento. Come un’idrovora, la sua anima carnale non conosceva sosta. E il mistero si svelò rimanendo tale. Quando riaprì gli occhi, del suo uomo era rimasta solo la pelle. Gli aveva succhiato l’anima in ogni suo spicchio. Ma almeno le era passata la sete!

Lo specchio ( di Francesca)

L’oscurità è un’invenzione delle palpebre. Il pomeriggio estivo è una mitragliata di luce piena che schiaffeggia le cose e le fa sanguinare in un silenzio meridiano. Francesca si svegliò fra lenzuola sudate. La sua pelle nuda brillava ancora di calore onirico. Un sogno movimentato che l’aveva accesa non poco. Purtroppo qualche divinità cinica le aveva tolto la memoria di quelle scene che poteva soltanto ipotizzare. Si alzò. Lo specchio grande rimandava al suo sguardo un corpo florido e acceso di giovinezza. Voltò le spalle a quell’area di vetro e girò la testa per guardare il mappamondo diviso che univa le gambe alla schiena. Le curvature morbide e bianche erano lo stimolo per un sorriso compiaciuto. Si rigirò. Il seno addormentato nella propria vitalità donava un sentore di bellezza piumata. E lo scherzo che si era voluto concedere continuava a divertirla: si era fatta radere il nero pelo pubico a forma di stella, come un fiore erotico che facesse da viatico al magma nascosto a pochi passi. Sembrava lo schizzo pittorico di un artista maledetto. Come la luce nera di una stella su un cielo bianco, color di pelle lattea. Francesca si piaceva. Il senso del tatto assaporava di frequente la sensualità di quel corpo in lunghe e lentissime ore di autoerotismo intenso. Indossò un bustino e volteggiò. Come un vento di ponente che spezza l’aria ferma. Mentre pensieri di voli si affratellavano nella sua mente, notò che le labbra luccicavano. Un brillìo imprevisto. Pensò, con un sorriso intriso di malizia sottile, che quella pioggerella timida era il frutto del sogno smemorato. Tornò a vestirsi di sola pelle e si tuffò nel mare verticale di una doccia. L’acqua ricamava le contrade della sua pelle come un sarto cieco che conosce a menadito dove sposare ago e filo. Francesca godeva lo scorrere dell’acqua. Attraversava quel fiume leggero come una nuotatrice ferma. Si divertiva a fare una cosa da uomini nella doccia: fare pipì in piedi. Si lasciava andare e rideva vedendo lo zampillo di limonata che il suo corpo mischiava al vapore e all’acqua calda. Amava toccare il suo corpo che in quei momenti era fatto di pensiero liquido. Ma la doccia finisce sempre troppo presto. L’estate immobile rimaneva fuori a spiare dalle persiane. Il bagno era un caravanserraglio di vapore e profumo d’acqua morbida. L’asciugamano verde cingeva una donna bagnata che canticchiava silenziosamente. Come una sacerdotessa egizia. Si asciugò velocemente i capelli finto biondi – chè d’estate possono restare anche umidicci – e si passò le mani sul corpo coperto di verde. Le faceva sempre effetto sentire sulla pelle bagnata le punture dolcissime e ruvide di un asciugamano. Infatti la pelle rispose. Sentiva i suoi seni svegliarsi. Una risata seguì il brivido lento di quelle carezze asciugatrici. Lo specchio grande del bagno (Francesca amava le grandi superfici in cui vedere i propri occhi) era una distesa di vapore bloccato. Lei tornò nuda. Un senso di possesso intrecciò i suoi pensieri. Si avvicinò allo specchio e vi aderì. Tornando indietro di millenni. In tempi di legami fortissimi con la terra madre. La pelle premuta allo specchio respirava di desiderio. Nuvole barocche disegnavano i capelli sul vetro dall’anima fredda e nascosta. I seni muovevano piano forme turgide che si specchiavano in se stesse. La stella fioriva di luce e vicinanza. Un abbraccio immaginato. Con un corpo a croce. Che vive di anime incrociate. Lo stacco della pelle dallo specchio lasciò il profilo disordinato e antropizzato sul vetro vaporoso. Quel secondo che fa durare un secolo l’allontanamento della pelle dalla superficie fredda donò un taglio lacerante di calore ghiacciato alle sensorialità calde e nude. Francesca sorrise ancora per quella forma di caos che si era creata. Continuò ad asciugarsi. Raccolse l’asciugamano da terra e lo passò alle ginocchia, ai piedi. Mentre una musicalità prendeva in affitto il suo silenzio, sentì una strana temperatura toccarle la schiena. Un brivido le corse nel respiro. Si voltò e restò immobile come una foglia di mare: lo specchio era un bassorilievo che conteneva un uomo. Come se Michelangelo avesse scolpito il David nel XXI secolo. Un sorriso interiore smorzò lo spavento di quegli istanti: la virilità di quell’uomo ghiacciato era possente e vivida, come le capitava solo nei sogni più ardenti e segreti. Non ebbe il tempo né la voglia di coprirsi il corpo nudo che si sentiva vibrare di fronte a quella figura così strana ma così totale. Le due dimensioni del sogno reale si avvicinarono. Sembrava un incontro al di fuori dello spazio temporale. Le labbra si congiunsero in un bacio siberiano che bruciava. Francesca non resistette alla sua femminile curiosità e fece arrivare la mano al membro trasparente di quell’ospite così inatteso, ricevendo un’ulteriore senso di graniticità che pareva raffreddare con fuoco inestinguibile il suo tatto. Saltare a forbice e incastrarsi a quello specchio umanizzato fu un momento fulmineo. Stava facendo l’amore con una statua di ghiaccio. Di vetro. Di specchio. Non lo capì. Ma in quel momento tutto l’amore del mondo era diventato il suo respiro fragile e potentissimo. Francesca si muoveva con la furia di un vulcano acceso sul mar Ionio. Non le era capitato di sentirsi così femmina come in quei minuti lunghissimi. Le contrazioni del suo corpo bollente diventavano lava al contatto col maschio glaciale inventato da chissà quale Dio benevolo. Gli urletti di piacere si fecero strada dal punto più nascosto della sua anima. Pioveva dentro al suo corpo. Lei sentiva una tonnellata di fiammiferi accendersi dappertutto e nessuna alluvione poteva fermare la guerra dei sensi che la stava felicemente sconfiggendo. La velocità dei suoi movimenti aumentava a dismisura. Il punto di non ritorno era sintomo di lago orgasmico che avrebbe invaso i sensi di lì a poco. Un respiro atomico s’impossessò di lei. Ansimante come l’onda del mare burrascoso. Era una liquida passionalità ormai. Nessuno poteva fermare quel ciclone. L’esplosione che la sorprese fu quella dell’uomo di vetro che scoppiò in migliaia di pezzettini, lasciandola bagnata di sangue e orgasmo animale. Lacrimante di felicità e fatica.

Quando l’uomo entra nella donna

Quando l’uomo

Entra nella donna

come l’onda scava la riva,

ripetutamente,

e la donna, godendo, apre la bocca

e i denti luccicano

come un alfabeto,

il Logos appare mungendo una stella,

e l’uomo

dentro la donna

stringe un nodo

perché mai più loro due

si separino

e la donna si fa fiore

che inghiotte il suo gambo

e il Logos appare

e sguinzaglia i loro fiumi.

Quest’uomo e questa donna

con la loro duplice fame

hanno cercato di spingersi oltre

la cortina di Dio, e ci sono

riusciti per un momento,

anche se poi Dio

nella sua perversione

scioglie il nodo.

Anne Sexton

9 risposte a “eros”

  1. admin ha scritto:

    Parole ripetibilmente irripetibili.Anne è solo memoria del futuro.

  2. Roberta ha scritto:

    Questa poesia è molto dolce e carnale.Non ne metterete altre?mica una pagina dedicata all’eros può essere così scarna…

  3. Paolo ha scritto:

    Cara Roberta, se vuoi possiamo scrivere molte poesie.Ma non su carta…

  4. paolo ha scritto:

    voglio conoscere francesca: ha una fantasia erotica spaventosa

  5. merlomaschio ha scritto:

    Francesca, Roberta…vi aspetto.Dove ci vediamo?

  6. Serena ha scritto:

    Ma qui si possono inviare racconti e poesie erotiche? che bello…

  7. Mery ha scritto:

    Questa pagina m’intriga molto…

  8. Jacopo75 ha scritto:

    Questa Francesca è una raffinata amante dell’eros. La si potrebbe contattare?

  9. Jacopo75 ha scritto:

    Sennò le scrivo da qui: Cara Francesca, vorrei avere un incontro non virtuale con le tue parole…

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