Nov 04 2008

La dittatura del PIL

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Non si può, ancora una volta, non segnalare lo stupore, e forse l’indignazione, di constatare come il PIL – il prodotto interno lordo, il più arcaico, anacronistico ed ambiguo parametro – continui ad essere considerato, ancora oggi, come il principale indicatore dello sviluppo/crescita economica di un Paese. Ancora oggi si pianifica il nostro futuro parlando di zero punto otto o di zero punto cinque come calamità, come un indicatore apodittico. La previsione di anni bui o di destini radiosi. Un indicatore che è divenuto, ad esempio, un parametro di libertà/discrezionalità degli Stati dell’ EU in materia di fisco e spesa pubblica : non è un caso  che due delle norme più importanti compresi tra i cosiddetti “criteri di convergenza” di Maastricht abbiano trovato nel PIL il loro pilastro ideologico. Un indicatore figlio dell’epoca moderna, inattuale già allora e in stridente contrasto oggi in una società che si avvia al postmoderno. Quando, ad essere misurato, dovrebbe essere in un’ottica di Societing non un dato spurio, a se stante ma un indicatore che attesti positivamente il contributo dell’economia ad elevare la qualità della vita.

Il PIL è influenzato da, ed è anche la risultante di, guerre, calamità naturali, disastri: fotografa cioè tutto quanto si riflette sul sistema economico, indipendentemente dalla sua genesi. L’indicatore più miope e socialmente offensivo che possa esistere (varrebbe la pena, provocatoriamente, intendere “lordo” nell’accezione di sporco): eppure è quello che ottiene il maggior credito, e la maggiore visibilità anche a livello mediatico, e che viene adottato acriticamente per valutare lo stato di salute da parte di una economia che ha smarrito per strada la sua vocazione ad essere anche  scienza sociale.

Le denunce sull’inattualità di questo indicatore sono continue: eppure nessun progresso è stato compiuto su questo fronte e i Governi continuano ad essere valutati – ed un Paese ad ottenere i suoi rating a livello internazionale – principalmente sulla sua base. E pensare che persino in Cina si sta valutando l’ipotesi di calcolare un PIL verde, vale a dire sottraendo dal lordo i costi ambientali. “Occorre ribadire in tutte le sedi – scrive Pallante in un interessante saggio (La decrescita felice, Roma Editori Riuniti 2005) anche se un po’ talebano– i rapporti di causa-effetto tra la crescita del prodotto interno lordo e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili, l’incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente atrofizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.” Ma una denuncia non basta se non si coniuga con una profonda revisione del mito della crescita, nella messa a punto di nuovi parametri per misurare le attività economiche. I suggerimenti illuminati non mancano: lo psicologo Kahneman ha proposto di aggiungere al PIL il MAH (Measure of Aggregate Happiness) per integrare la misurazione della ricchezza prodotta con i parametri convenzionali con altri legati alla soddisfazione così che possano trovare cittadinanza anche dati relativi ad una “economia della felicità. Ma è più immediato e agevole conferire il premio Nobel per l’Economia a Kahneman (come di fatto è avvenuto) che  tradurre in pratica indicazioni di questo genere. Anche se c’è da segnalare - insieme ad autorevoli, analoghe prese di posizione di altri premi Nobel : come Amartya Senn e Joseph Stgliz – che il Down Jones ha visto ultimamente affiancarsi un Dow Jones Sustainability Index che misura gli score di sostenibilità sociale delle imprese. Un primo risultato – a cui non si è dato troppo risalto – e che le imprese eccellenti per sostenibilità sono anche quelle che conseguono i migliori risultati sul fronte della finanza nel loro settore.

 Symbola coordinata da Ermete Realacci è intenta ad elaborare “un nuovo strumento capace di registrare la qualità e il segno dello sviluppo, dando conto del benessere delle persone e dello stato di salute del Paese: il PIQ, Prodotto interno di qualità”. Un impegno, quello di Symbola, rivolto alla creazione di una soft economy che ruoti attorno alla difesa e valorizzazione del territorio, della bellezza,della qualità della vita.

 

 

 

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