Nov 04 2008

In ricerca di un futuro

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La più diffusa e più prestigiosa rivista scientifica al mondo, l’inglese Nature, rileva che il governo Berlusconi, ha delineato la sua politica per la ricerca scientifica in Italia. Con decisioni importanti sia di natura congiunturale, sia di prospettiva strategica.La decisione di cui si parla di più in questi giorni riguarda il blocco della procedura di stabilizzazione dei precari negli Enti pubblici di ricerca (Epr) voluto dal ministro Brunetta. Il blocco impedirà ad almeno 2.637 su 4523 “stabilizzandi” – ovvero ricercatori con contratto a tempo determinato ma con titoli già maturati per l’assunzione definitiva – non solo di avere contratto a tempo indeterminato, ma di poter continuare a lavorare nel mondo della ricerca pubblica. Chi non sarà “stabilizzato” sarà, di fatto, cacciato via. Così, in un colpo solo, gli Enti pubblici di ricerca perdono la componente più giovane (e spesso più attiva) del proprio personale e il paese rinuncia a quasi il 4% delle sue risorse umane nella ricerca, mentre il tutto il mondo l’universo dei ricercatori tende a crescere. In realtà il danno sarà ancora più grande. Perché il blocco voluto da Brunetta toglie la speranza di un lavoro stabile da decine di migliaia di altri precari (circa 50.000), creando le premesse per una fuga di massa dei giovani dalla ricerca scientifica in Italia. Paradossale. Perché la nostra comunità scientifica soffre di due mali strutturali: è piccola (in termini assoluti e in termini relativi) rispetto a quelle degli altri paesi europei ed è vecchia: l’età media dei ricercatori italiani è infatti molto elevata, tanto che tra pochi anni avremo un autentico “picco” di pensionamenti. Espellendo tanti giovani, l’intervento di Brunetta ottiene il duplice e ben poco desiderabile effetto di far dimagrire ulteriormente la nostra già magra comunità scientifica e di impedire il ricambio generazionale. In poche parole: intorno al 2015 avremo un numero elevatissimo di ricercatori che andranno in pensione e non avremo chi è in grado di prenderne il posto.

Un secondo grappolo di decisioni prese dal governo Berlusconi riguarda il taglio dei fondi alle università, il blocco quasi totale del turn-over e le garanzie a tutela del sistema finanziario. Nei prossimi 5 anni gli atenei italiani dovranno rinunciare complessivamente a ben 4 miliardi di euro. E potranno sostituire solo un ricercatore su cinque tra quelli che andranno in pensione. Il che significa che ci saranno meno risorse a disposizione, materiali e umane, sia per la didattica che per la ricerca. Con il rischio di ulteriori tagli, visto che il governo ha posto i fondi per l’università e la ricerca tra quelli utilizzabili per coprire le eventuali perdite del sistema bancario.

Insomma, finora il messaggio del nuovo governo è chiaro: la ricerca pubblica italiana va ridimensionata nei fondi, nelle risorse umane e nell’autonomia dalla politica.

                                                                    Pietro Greco

 

 

 

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