Lug 25 2008
nella rete dell’ottimismo
Signor Anderson, ci insegni a essere ottimisti
«Bisogna fare una premessa: il problema principale è la gestione dei media, del tipo di notizie da cui veniamo inondati. Disastri naturali, attacchi terroristici, tragedie, ci vengono serviti senza sosta. La percezione generale è che le cose vadano male. Però non è così. Non sempre il terrore dell’apocalisse imminente è giustificato. Esistono motivi veri per essere ottimisti. Nel momento in cui ti rendi conto che ti hanno fatto il lavaggio del cervello, allora ti fai coraggio ed esci dall’ombra per trovare un po’ di verità. Le faccio un esempio: un anno fa The Human Security Report ha pubblicato una statistica che prova come i conflitti nel pianeta siano calati del 40 per cento negli ultimi dieci anni. E, naturalmente, nessuno ne ha fatto cenno. I massacri hanno molta più presa sulla psicologia della gente. Ci stanno depistando».
Ted diffonde fiducia. Ci dica una cosa che dovrebbe farci ben sperare
«Guardi, da piccolo volevo fare il maestro. L’idea di poter plasmare la vita di venti, trenta individui mi affascina. Insegnare è una missione. Ora immagini un grande professore, una sua lezione a disposizione di persone a migliaia di chilometri di distanza. È una cosa potente. La tecnologia allarga orizzonti, e darà possibilità a gente condannata all’ignoranza, di accedere alla cultura».
Ci indichi un obiettivo ragionevole
«La combinazione di tecnologia, media e crescita economica, nel lungo termine, avrà un effetto forte su persone che oggi sono escluse dal benessere. In mezzo secolo, i grandi problemi saranno meglio compresi da un numero maggiore di esseri umani e quindi affrontati con più senso comune».
Lei però dice che rischiamo ogni giorno il lavaggio del cervello. Non crede che la paura che c’è in giro abbia ucciso la curiosità, senza la quale anche Ted rischia di fallire?
«È vero, di curiosità non se ne vede in giro molta di questi tempi. Però le posso assicurare che Ted ieri era di nicchia mentre oggi è un veicolo per milioni di persone in ogni parte del mondo. Quando facciamo le nostre verifiche, ci accorgiamo che parecchi visitatori sono ventenni pieni di voglia di partecipare».
Trent’anni fa lo scienziato James Lovelock raccontò al mondo che la terra era malata. Nessuno lo prese sul serio. Voi esponete molte teorie affascinanti, ma non temete che, prima che diventino realtà, possa passare troppo tempo?
«Di certo Lovelock non è un ottimista. Da noi si parla di riscaldamento globale ma anche del modo realistico per combatterlo. E sa cosa? Rispetto a trent’anni fa abbiamo a disposizione una tecnologia formidabile che ci permettere di abbattere i tempi tra teoria e pratica. Oggi se uno lancia un allarme su internet, due minuti dopo lo sanno dall’altra parte del mondo. E questo velocizza anche i tempi delle contromisure».
C’è un gadget che la intriga particolarmente?
«Non proprio. Amo la tecnologia in generale, trovo affascinante il concetto della banda larga con possibilità, per tutti, di connettersi ovunque».
Ma perché per risolvere i problemi del pianeta ormai ci si affida solo alle celebrity? Ted, ad esempio, non ha politici coinvolti. Eppure sono loro a prendere le decisioni
«Sa come si dice? I politici passano, le idee restano. È vero, non molti uomini di potere si affidano a noi, ma forse perché non ce ne sono tanti che hanno la capacità di galvanizzare il pubblico con le loro idee, con la loro capacità di smuoverti qualcosa dentro. Noi, di certo, non facciamo discriminazioni, ma chi ospitiamo deve avere certe caratteristiche. Deve sapere diffondere idee specifiche, che abbiano un immediato responso tra la gente che ci segue. È l’unico giudizio che conta».
Lei è stato, in passato, molto critico con le corporation. Oggi sembrano un veicolo irrinunciabile per risolvere i nostri problemi, cominciando dall’energia. Una contraddizione?
«No, perché da diversi anni, ormai, molte grandi aziende hanno cominciato a investire nella ricerca. Prenda Richard Branson di Virgin: spende milioni di dollari per trovare alternative valide alle forme di energie tradizionali. È diventato, fortunatamente, un trend: le industrie vogliono prendersi la responsabilità di creare qualcosa che duri, che sia «buono» per l’umanità. Se questo significa fare anche profitto, non vedo quale sia il problema. Purché si trovino le soluzioni».
Riccardo Romani (corriere.it)



