Mag 30 2008

anche l’ombra telefona…

Tag:Tag , admin @ 4:21

 

Quale stato europeo ha più cellulari? Indovinate un po’…Gli studi di Eurostat pongono l’Italia sul gradino più alto del podio nello strano campionato delle utenze telefoniche mobili in tutta Europa.Viene da chiedersi cosa trovino di così tanto prezioso gli italiani nell’uso smodato del telefonino. Continuano ad aumentare le persone che non hanno più il telefono fisso e usano il cellulare anche come numero telefonico di casa. Siamo il paese dove si vendono più cellulari, le statistiche riportano 122 telefoni su 100 persone, cioè 1,22 telefoni per ogni italiano, considerando quanti ancora sono troppo giovani per usarlo e quanti invece sono troppo anziani, da queste statistiche emerge che ogni italiano dispone di almeno due telefoni.

La medaglia d’argento spetta alla Gran Bretagna e il Portogallo con un 115%; la Spagna con il 105%. Ad un passo dal podio la Germania con il 102% e la Grecia col 100%.E’ una questione di convenienza tariffaria a spingere gli utenti a possedere circa due cellulari a testa? Se si considera una media di 30 SMS e di 25 telefonate mensili, in Italia si spendono circa 14,1 dollari mentre con lo stesso utilizzo in Gran Bretagna si pagherebbero 13,7 dollari. Se confrontiamo i costi con gli altri paesi citati i costi aumentano fino a raddoppiarsi. Nel nostro paese, quindi, le tariffe telefoniche mobili convengono. In questi costi vanno considerate, inoltre, le offerte che i gestori offrono continuamente, (carte SMS o chiamate “gratuite” per alcuni periodi dell’anno).L’ Italia è un cellulare con forma di stivale in continua promozione, basta solo stare attenti e prendere quello che al momento più conviene.

Ma una domanda “nasce spontanea”: cosa avremo da dirci di così tanto importante???

 


Mag 23 2008

Uomini e topi

Tag:Tag , , admin @ 13:19

 

 

 

Nel mio vecchissimo laboratorio dell’istituto di Zoologia dell’università di Parma avevo tanti topolini che sapevano risolvere complicati problemi. Li chiamavamo topi maestri. Poi c’erano i topolini osservatori. Questi guardavano risolvere il problema e, come per incanto, anche loro imparavano. Fantastico. Da osservatori si trasformavano in maestri e, quando l’esperimento avveniva coinvolgendo una popolazione, noi potevamo assistere al progressivo, rapido, dicevamo epidemico, espandersi della conoscenza. Non occorreva che ogni topo ripartisse da zero con la noiosa, lunga trafila dei tentativi e degli errori: c’era l’apprendimento sociale. Il sapere del singolo si espandeva, a macchia d’olio, nel gruppo. La popolazione, in breve, non era più quella di prima. Assistevamo, nella vecchia soffitta di quel glorioso palazzo, a uno degli esempi più primitivi di evoluzione culturale. Così, e per questo, i topi hanno conquistato il mondo. Sapendo trasmettere il sapere delle soluzioni. Uno scopre la nuova soluzione, gli altri lo copiano. Così vanno le cose nel mondo degli animali culturali.

 

                                                                             Danilo Mainardi

 


Mag 23 2008

lo stivaletto zoppicante 2

Tag:admin @ 8:02

 

 

 

 

 

 

Il comportamento stradale è l’espressione di un punto di vista sull’esistenza: ha a che fare con il rispetto verso gli altri e con la concezione che di loro si ha; così come l’impegno normativo presuppone l’attesa normativa: chi rispetta le norme applicandole e se stesso si aspetta che le rispettino anche gli altri e presume che chi non le rispetta venga indotto a farlo dal pronto intervento della legge. L’attesa normativa è una delle principali manifestazioni collettive di fiducia.

Si è scritto in precedenza dell’autarchia civica dell’homo italicus, il quale ha delle leggi tutte personali, dei modi esclusivi di stare in società che spesso rasentano la descrizione di una figura che sarebbe macchiettistica se non fosse vera: il cafone. Dicesi cafone persona incivile e dai modi rozzi, colui che fa assurgere il proprio interesse a legge universale per far girare i pianeti attorno al sole. Egli non potrà mai accettare limitazioni alla propria libertà e arriverà a negare l’esistenza altrui ovvero a svalutarne la titolarità di diritti pari ai propri. Anche se in un caso, che gli fa sentir profumo di opportunità, egli sarà disposto a chinare il capo e dire signorsì: davanti al potente di turno sentirà l’irrefrenabile desiderio genetico di adulare il padrone, il vincitore e di sentirsi parte di un gruppo ben definito. A costo di mettere gli occhi al lato opposto della verità, della decenza e del buon senso, ma senza distogliere un attimo lo sguardo dal guinzaglio che lo tiene legato al padrone. Fosse solo per vedere se conquista qualche centimetro in più, per respirare meglio. Gli italiani si sentono servi senza padroni, sono nello stesso tempo eversivi e conservatori, fuorilegge e garantisti. Per fortuna esistono le eccezioni.


Mag 21 2008

il mondo normale che vi auguro

Tag:admin @ 9:19

 

Io mi auguro che l’Italia possa finalmente diventare un paese normale, un paese in cui sia abolita la doppiezza. Io sono dalla parte di Zavattini che diceva: “ Con buongiorno intendo buongiorno e basta”. E, aggiungo io, liberale vuol dire veramente liberale e basta.

Un paese dove funzionino scuole e ospedali: entrare in corsia e vedere che c’è la scritta “SOLVENTI”, cioè quelli che pagano, e quelli che non pagano, mi pare poco bello.

Un paese dove treni e aerei arrivino in orario, perché la puntualità non è mica una prerogativa fascista. Con una politica normale, che (oltre a non ammettere l’intolleranza e la paura per l’altro) non contempli il trasformismo: vedere della gente che non cambia neanche gabbana perché ha già il corredino dove ci sono tutte le giacche che vanno di moda in quel momento è uno spettacolo da cancellare. Con un giornalismo che torni a consumare la suola delle scarpe, guidato da quel sentimento potente che è la curiosità, e dalle chiare tendenze ma sempre dalla buona fede e attento al lato umano.

Un paese normale dove non si interpellino i divi della televisione per conoscere il loro parere su qualsiasi argomento, dalla solitudine dell’uomo all’allevamento dei canarini. E’ normale un paese dove non ci sia l’emergenza come a Napoli o in Sicilia, dove la paura “marca” persino le arterie (come mi hanno detto una volta i medici che effettuano le autopsie).

Un paese normale è un paese in cui l’unico punto di riferimento non è la geografia con i suoi confini, ma la legge uguale per tutti. “La rovina dell’Impero romano- scrisse inutilmente Ranuccio Bianchi Bandinelli- fu facilitata dal clientelismo amministrativo e dal caos delle leggi e non dalle orge del Satyricon”. Ma chi studia la storia?

E’ normale un paese che aiuta quelli ai quali la natura e la politica hanno dato di meno. Un paese normale è quello in cui gli aiuti non si danno per beneficenza, grazie alle collette per soccorrere chi è colpito dalle sciagure, ma si prevedono con il bilancio dello Stato, con voci apposite.

Un paese normale è quello dal quale non emigrano più i giovani migliori perché non trovano un lavoro retribuito dignitosamente. E’ quello in cui non c’è spazio per il grande tormento di oggi, che è l’apparire. Un’ossessione: chi non entra nello spettacolo ha la sensazione di essere escluso dalla vita.

Un paese normale è quello in cui per stare a galla, per affermarsi, non bisogna più far parte del gruppo, avere il sostegno della corporazione.

Un paese normale è quello in cui nessun bambino sia privo di cibo e cure. Ho incontrato in Romania i piccoli che vivono nelle fognature, come i topi, per sfruttare i tubi di riscaldamento.

Un paese normale, un’Europa normale, un mondo normale, è quello in cui i bambini finiscono le loro giornate in un lettino, con le lenzuola che profumano di pulito.

 

                                                                                                                     Enzo Biagi

 


Mag 19 2008

il ballo del potere

Tag:admin @ 11:05

Mag 18 2008

lo zero

Tag:admin @ 10:25

 

 

Conterò poco è vero

diceva l’Uno ar Zero

ma tu che vali?

Gnente, propio gnente.

Sia ne l’azzione,

come ner pensiero

rimani un coso voto

e inconcrudente.

Io, invece,

se me metto a capofila

de cinque zeri tale e quale a te,

lo sai quanto divento?

Centomila.

È questione de nummeri.

A un dipresso

è quello che succede ar dittatore,

che cresce de potenza e de valore

più so’ li zeri  che je vanno appresso.

 

Trilussa


Mag 18 2008

calma e gesso

Tag:admin @ 10:23

 


Mag 16 2008

italia u.s.a. e getta

Tag:admin @ 5:16

Se un potere dispotico si insediasse nei paesi democratici, avrebbe certo caratteristiche diverse che nel passato: sarebbe più esteso ma più sopportabile e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Un sistema che potrebbe sembrare paterno, ma, che al contrario cercherebbe di fissare gli uomini alla loro infanzia, preferendo che si divertano piuttosto che pensare. Quando provo ad immaginare in quale sembiante il dispotismo apparirà nel mondo, vedo una folla immensa di uomini che girano senza posa su se stessi per procurarsi piaceri minuti e volgari di cui nutrono la loro anima. Ognuno di essi, considerato a sé, è come estraneo al destino di tutti gli altri, i figli e gli amici più vicini esauriscono per lui l’intera razza umana e quanto al resto dei cittadini non li vede, li tocca e non li sente. […] Un potere immenso e tutelare s’incarica solo di assicurare il loro godimento e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, regolare, preveggente e mite. Somiglierebbe alla potestà paterna, se, come questa, puntasse a preparare gli uomini all’età virile; ma esso cerca solo, invece, di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; vuole che i cittadini se la godano, purchè non pensino ad altro che a godersela. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuol essere di questo l’unico agente e il solo arbitro; si cura della loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro eredità…..”.

alexis de tocqueville, la democrazia in america, 1835-1840

 

 


Mag 15 2008

lo stivaletto zoppicante 1

Tag:admin @ 17:52

L’homo italicus è una curiosa creatura mitologica: metà uomo e metà italiano. Nell’aggettivo rientra tutto il resto dell’ineffabilità tipica dell’abitante dello Stivale, DOC. Eternamente lamentoso. Eternamente insoddisfatto. Tanto da far proseliti nelle lingue e nelle definizioni: una cosa arrangiata alla meno peggio si dice fatta “all’italiana”, e lo diciamo come se riguardasse un’altra Nazione. Forse perché ci sentiamo estranei perfino alla terra che ci ospita, suo malgrado. E l’Italia pare dividersi in mille pezzi che si coagulano intorno a due costruzioni mentali: una è fatta di verdi terre, di mare cristallino, di monumenti fragili e maestosi, dai monti altissimi e dalla quiete che li abbraccia, potente e alienante come una visione celestiale. L’altra unisce tutti insieme gli abitanti dello Stivale DOC, con le loro vite e coi loro modi di essere. Inutile dire che quest’ultima visione di celestiale ha ben poco; forse il colore che più s’addice è il nero. Come le elevate percentuali di lavoro. Nero, appunto. Le intelligente vivide cozzano costantemente con l’analfabetismo di ritorno che striscia in ogni ambito dell’agire umano e tende a portar giù, nel catino immensamente esteso della stupidità mediatica, quei barlumi di decenza ed eccellenza che fanno ancora luce. Tutto appare sfuggente, astratto, lontano. La percezione delle cose sembra risiedere altrove. Fuori da noi. E la politica si adagia sull’antico merito italico del rimandare alla religione del “poi” la soluzione dei problemi concreti, rifugiandosi in tediosi spazi filosofici fumosi che consentono di evadere senza essere mai stati imprigionati dalla realtà che si è chiamati a governare. I minimi diritti, quelli elementari, probabilmente vengono tacciati di eccessiva materialità, non degna delle alte sfere meteorologiche in cui si perdono le linee politiche degli amministratori. La pulizia, la protezione, il rispetto dell’ambiente e della salute, la sicurezza. In una parola: la decenza. Il silenzio, ad esempio, non potendo essere garantito né inseguito in tempi voraci come i nostri, viene relegato alle cuffie. Immaginate che le orecchie isolate dei tanti cittadini in metro, treni, autobus, invece di vivere l’assedio di note distraesti prima di entrare in uffici, scuole, fabbriche, diffondessero soltanto silenzio, O meglio, il rumore del silenzio. Che potrebbe essere il battito cardiaco del mondo. Del proprio mondo sempre meno ascoltato. E’ dimostrato che nelle città in cui i trasporti pubblici funzionano, i cittadini sono meno aggressivi e più positivi. Potrà sembrare una bazzecola da spicciola sociologia per chi deve curare il destino dell’umanità, ma eliminare il degrado dalla vita dei cittadini è un investimento che frutterà cento volte la spesa iniziale nelle generazioni che verranno. E non si tratta solo di denaro, ma di felicità, di vitalità. La percezione che si ha dello Stato, della Cosa pubblica, diventa riflesso automatico nel comportamento che si avrà verso la collettività. Se i servizi che lo Stato offre sono efficienti, anche il cittadino qualunque ci penserà più volte prima di compiere un gesto di disonestà verso i suoi simili o verso gli oggetti che appartengono a tutti. E’ un’idea semplice e basilare della società. Ciascuno desidera essere riconosciuto come cittadino dagli altri. L’appartenenza, il senso identitario danno conferma dell’esistenza come entità fra loro connesse. Pensate allo stato dei trasporti pubblici. Tranne qualche eccezione (che spero ci sia), sono un invito a prendere la propria auto, a vendicarsi degli autobus sporchi e affollati ed essere riconosciuti non come componenti anonimi della massa, ma come titolari di civismo e diritti. Le strisce pedonali sono un poligono di tiro su cui i pedoni cercano la sopravvivenza schivando proiettili a quattro ruote che aumentano di velocità quando vedono avvicinarsi il bersaglio. In questa congerie di vite intrecciate è probabilmente il senso di fiducia a difettare. Scrive Bauman che “Per osare e rischiare, per avere il coraggio necessario per fare delle scelte, è indispensabile la tripla fiducia (in se stessi, negli altri, nella società)”. L’homo italicus non si fida di nessuno ed è risentito contro tutto e tutti. Il risentimento collide aspramente con la fiducia. Ne è l’opposto. E giù valanghe di insoddisfazioni, sospetti e mugugni. Un atteggiamento sostanzialmente plebeo, tutto mirato al proprio “particolare”, escludendo l’interesse generale.


Mag 15 2008

camera a sud

Tag:Tag , , admin @ 10:15

Nel pianeta circoscritto dall’immaginazione esiste un territorio sperimetrato, che comprende corpi e anime, fatto di superfici terracque o di profondità aerali: per comodità linguistica potremmo dare un nome senza cognome e chiamarlo Sud. Da tutti i lati dei suoi confini esiste soltanto Sud. Nessun Nord. Nessun Ovest. Nessun Est. La circolarità è il sintomo inguaribile di questo pianeta. Fino all’anello che si spezza, quello più forte che fa uscire dentro ed entrare fuori. Mischiale l’ossatura propria con l’altrui. Riavere la forza di pensarsi da sè. Come fosse pensiero meridiano ancora lontano. Da indicar con la mano. Sud che si licenzia dall’analisi illogica in cui la Storia lo ha relegato a complemento oggetto delle disquisizioni altrove costruite, per tornare soggetto e verbo di un proprio esistere autonomo. Le terre calpestate da piedi con scarsa coscienza affiorante offrono la visione del meretricio debole vestito da turismo legionario (eserciti caotici e rumorosi invadono le estati e i locali che risorgono per decapitare il capitale messo da parte nei restanti mesi dai vacanzieri) e da illegalità diffusa e mascherata. Nel mezzo esteso fra i due corni del dilemma resta il resto. La cittadinanza. Lentezza contrapposta alla legge dell’accelerazione universale. Persiane chiuse per vedere paesi fatti di sole. Case bianche d’ombra. Una specie di resistenza al conformismo che tutto plasma e tutto tenta. Ma non è difesa del margine. Isolitudine di una penisola assediata da due mari, in attesa di violentarla al primo lampo di sonno. Il suono della quiete in movimento. Un andare da fermi. Lo scirocco nella testa. Lo sviluppo fatto di vacuità fraintesa come diritto alla fosforescenza non può dimenticare le ossa della macchia mediterranea che spuntano nel verde casuale dell’erba. Il Sud abita nel futuro interiore. Anteriore. Nelle soste del frastuono. Nelle rughe dei vecchi usciti da una fotografica retorica dedicata al meridione. Nelle mani giunte del mare. Negli sguardi assolati e assoluti. Il Sud può diventare ciò che è quando tornerà ad essere ciò che sarà. Senza negare la fragorosa energia che già gli scorre dentro, nelle vene forse troppo sotterranee per farsi ascoltare. Ripartire da uno smarrimento di cose. D’altronde, per realizzare i propri sogni, la cosa più semplice da fare è una: svegliarsi.